LAVORARE VALE LA PENA
MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE E LAVORO DEI DETENUTI:
PROPOSTE E PERCORSI
19 GIUGNO 2000
DALLE ORE 15.00 ALLE 18.00
Convegno organizzato dall'Agenzia di Solidarietà per il
Lavoro, con la collaborazione della Provincia di Milano,
presso Auditorium di Assolombarda, via Pantano, 9 –
Milano
Sono
intervenuti:
Alessandra
Bassan Vice Presidente Agenzia di Solidarietà per il Lavoro
Cosma
Gravina Assessore Settore Economia e Lavoro Provincia di
Milano
Don
Virginio Colmegna Presidente Agenzia di Solidarietà per il
Lavoro
Francesco
Maisto Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d'Appello
Monica
Vitali Giudice del Lavoro
Licia
Rita Roselli Direttrice Agenzia di Solidarietà per il Lavoro
Franco
Scarpelli Docente Diritto del Lavoro, Università dell'Insubria,
Como
Pietro Ichino Docente Diritto del Lavoro,
Università Stat. degli Studi, Milano
Franco Corleone Sottosegretario Ministero della
Giustizia
Paolo Del Debbio Assessore Sicurezza Urbana e
Periferie, Comune di Milano
Antonio Pastore Presidente CNA Milano
Felice Romeo Rappresentante Cooperative
Sociali
Giuseppe Torchio Presidente ANCI Lombardia
Carlo Stelluti Parlamentare, Commissione
Lavoro Camera dei Deputati
APERTURA
DEI LAVORI A CURA DI ALESSANDRA BASSAN
COSMA
GRAVINA, ASSESSORE SETTORE ECONOMIA E LAVORO PROVINCIA DI MILANO:
Mi corre l’obbligo prima di cominciare i lavori, di
ringraziare Don Colmegna e l’Agenzia di Solidarietà a cui si deve l’organizzazione
di questo importante momento di riflessione su tematiche che non solo
condividiamo ma pratichiamo nella quotidianità, con iniziative che sollecitano
il mondo del lavoro e le istituzioni ad attuare progetti di inserimento
lavorativo per persone sottoposte a misure alternative al carcere e lavoro ai
detenuti.
Il tema del reinserimento di chi per 1000 motivi si trova
oggi a vivere l’esperienza del carcere è certamente ricco e interessante,
soprattutto per chi ha a cuore il rispetto e la dignità della persona umana, la
persona nella sua interezza implicata in questo cammino, e dunque il lavoro
come prioritaria fonte di certezza per l’uomo riveste un ruolo centrale per il
recupero della dimensione civile della convivenza e della capacità di condivisione
del bisogno altrui. Penso dunque al lavoro come all’espressione creatrice del
destino dell’uomo nel mondo, ma anche al suo fondarsi nel bene per la persona
che partecipa ad un bene più grande, comune a tutti gli uomini: il lavoro
rappresenta una delle principali espressioni della persona umana nel suo
rapporto quotidiano con la realtà, un’espressione che prima di tutto si
concretizza alla risposta ai bisogni che continuamente vengono alla luce. Come
si risponde alla sfida che abbiamo di fronte nel delicato problema del
carcerato nella società, e in particolare all’interno del mondo del lavoro?
Credo che il compito della Provincia, ed in particolare
dell’Assessorato che rappresento, sia semplicemente quello di riconoscere le
realtà che sono più vicine alla risposta dei bisogni; riconoscere quindi e
coordinare per rendere più agevole il cammino di tutti quei soggetti del
no-profit e dei corpi intermedi che meglio di chiunque altro sono in grado di
rispondere ai bisogni dell’uomo. Oggi, grazie alla titolarità della gestione in
materia la Provincia può incidere operativamente sulla politica
dell’occupazione delle fasce deboli del mercato del lavoro e predisporre
strumenti e risorse adeguate. Stiamo iniziando a dialogare con il ministero
della giustizia, con le direzioni delle Case Circondariali e con la Regione
Lombardia per concordare azioni integrate volte all’inserimento lavorativo dei
detenuti ed è nostra intenzione realizzare nei prossimi mesi un tavolo
istituzionale con i direttori degli Istituti ed il Provveditorato Regionale del
Ministero, per dare immediata concretezza alle proposte che provengono da tutti
i soggetti interessati al problema.
Convivenza e condivisione sono le due esperienze chiave
per costruire un senso ultimo di responsabilità verso se stessi e verso gli
altri, in questo senso la convivenza e la condivisione sul luogo di lavoro sono
parte fondamentale della vita di ogni uomo. Non a caso la perdita di
responsabilità che collettivamente sta segnando la nostra epoca, nasce dallo
scadimento qualitativo dell’esperienza del lavoro, che rende complessivamente
più complesso il nostro rapporto con la vita.
Ma il lavoro non può che essere sfida alla umanizzazione
della realtà, sfida densa di significato. Credo che sia indispensabile che il
reinserimento del detenuto passi per questa sfida di senso, assumendo un
significato esistenzialmente più profondo e gratificante. In questo quadro
generale avrà importanza centrale il ruolo della formazione professionale, vero
e proprio cardine per la realizzazione delle politiche del lavoro. Naturalmente
le istituzioni devono tenere conto di tutti i lati del problema, tutti i
soggetti implicati, tenendo sempre presente una prospettiva culturale che
superi una visione afflittiva della pena e si prodighi per realizzare un
inserimento nel tessuto sociale e produttivo dei soggetti deboli. Le Agenzie
che di questo si occupano hanno bisogno di una sponda istituzionale che non
limiti l’azione, ma che al contrario renda più agevole il loro operato. Le
aziende chiedono giustamente adeguate garanzie, sia sul piano della sicurezza
che su quello della professionalità. Un quadro complesso quindi, un ventaglio
di bisogni che si incrociano a quelli di chi, detenuto o ex carcerato ha
bisogno di un aiuto per tentare la difficile strada dell’inserimento.
DON
VIRGINIO COLMEGNA, PRESIDENTE AGENZIA DI SOLIDARIETA’ PER IL LAVORO
Questo convegno costituisce principalmente l’occasione
per promuovere l’attività dell’Agenzia di Solidarietà per il Lavoro e per
valorizzare il suo difficile e quotidiano impegno nel tenere in comunicazione
istituti, imprese, realtà sociali e sistema penitenziario, su una tematica,
quale quella del lavoro, che sempre più necessita di progettualità concreta e
sempre meno di dichiarazioni ad effetto.
Tra i progetti che l’Agenzia ha ideato ed attuato e che
oggi presenta vi è il Progetto Sportelli, promosso dalla Provincia di Milano in
accordo con il PRAP e le direzioni degli istituti di Opera, San Vittore e
Monza.
L’altra iniziativa di cui l’Agenzia si è fatta promotrice
è la pubblicazione di un libro di Monica Vitali sulla legislazione relativa al
lavoro penitenziario.
Riteniamo che le iniziative volte a favorire
l’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti nella società produttiva
creino i presupposti per poter dare nuovo impulso alle misure alternative alla
detenzione, mentre al contempo la tensione di fondo rimane quella di guardare
ad un sistema sanzionatorio in cui la pena detentiva sia assoluta, extrema
ratio e non pena centrale del sistema stesso, come oggi è.
Sono iniziative importanti a fronte di un cammino ancora
lungo e di grosse difficoltà nel trasmettere l’urgenza di affrontare con una
concezione nuova ed innovativa il significato del rapporto tra carcere e
società ed il raccordo tra mondo del lavoro e carcere.
In tal senso è fondamentale che il sistema di
patti/alleanza che hanno dato vita all’Agenzia si rafforzi sempre di più e
divenga un possibile modello esportabile anche a livello regionale e nazionale.
E’ altresì essenziale che il DAP si faccia promotore
attivo del sistema di protocolli, che vede coinvolte tante realtà del mondo
sindacale, produttivo e del cooperativismo, e che si sperimenti anche in grossi
progetti d’impresa.
In questo contesto si devono sviluppare tutti gli
strumenti che favoriscano il dialogo tra il sistema penitenziario e la
Provincia, divenuta competente in materia di lavoro e formazione professionale,
non relegando il tema carcerario solo all’emergenza.
Gli elementi di compatibilità sociale, che sono insiti
nel tema lavoro, possono avere risvolti significativi in tema di sicurezza e
vanno non solo dichiarati ma sostenuti.
L’Agenzia rilancia queste potenzialità e si propone come
facilitatore culturale e come promotrice di sperimentazione.
In questa prospettive si collocano l’esperienza degli
sportelli e della banca-dati, basata sulla valorizzazione della professionalità
e sul costante monitoraggio delle opportunità. Per questo sollecitiamo la
Magistratura competente a collaborare affinché il lavoro consenta un positivo utilizzo
del tempo carcerario che sia fonte di possibile crescita e di uscita dalla
marginalità. Solo a partire da ciò è possibile ipotizzare una riforma del
sistema penale basata sulla decarcerizzazione e la diversificazione
sanzionatoria, superando il paradosso di continuare a pensare a sistemi di
repressione basati sulla pena carceraria, quando il carcere scoppia.
L’agenzia rappresenta quella parte di società che ritiene
che il carcere sia una questione che ci interroga tutti e lo promuove come
luogo di socializzazione attraverso la potenzialità emancipativa propria del
lavoro. Per questo riteniamo che il dialogo tra il mondo della cooperazione e
quello dell’impresa faciliti la connessione tra l’inserimento lavorativo dei
detenuti nelle cooperative ed il successivo inserimento nelle imprese sulla
base di protocolli precedentemente sottoscritti.
Siamo contenti di aver annunciato che la legge Smuraglia
è stata approvata in Senato il 14 giugno; occorre ora attendere i decreti
attuativi interministeriali.
Attraverso la concessione alle aziende di sgravi fiscali
per le assunzioni dei detenuti, riteniamo che siano state create le condizioni
perché commesse di lavoro pubblico e private siano orientate in parte
significativa verso il mondo carcerario.
In questa ottica il sistema della formazione
professionale, il rapporto stretto tra occasioni di lavoro e formazione, va
programmato utilizzando canali già presenti, tra cui i fondi FSE. L’Agenzia si
sta attivando in questa direzione, esplorando tutte le potenzialità legislative.
Il libro che verrà presentato oggi costituisce uno
strumento significativo, di cui si auspica la diffusione, messo a disposizione
degli operatori penitenziari, del mondo imprenditoriale, e delle varie
istituzioni.
La visione fortemente sociale che caratterizza l’attività
dell’Agenzia, centrata sul territorio, ha suggerito la firma di un protocollo
con l’ANCI, pienamente in linea con il principio della territorializzazione
della pena.
Vi è una concezione fortemente innovativa in questo, che
può produrre sostanziali cambiamenti nell’ottica del sistema carcerario che
spesso è vittima di visioni schizofreniche ed emotive. Mentre si chiedono pene
alternative al carcere e l’umanizzazione delle stesse, al contempo si producono
leggi in materia di prevenzione e sicurezza assolutamente carcerocentriche e
non è stato finora potenziato l‘organico di educatori ed assistenti per il
reinserimento. Questi ultimi ormai ridotti “al lumicino”, a fronte di compiti
sempre più complessi, diventano senza volerlo testimonianza delle difficoltà
che il sistema giustizia incontra nel centrare gli obiettivi che pure si è dato
istituzionalmente.
Per questo è sempre più importante mettere a punto
progetti che facciano da raccordo tra mondo del lavoro e carcere, per aumentare
le opportunità di impiego per chi esce a fine pena o come alternativa alla pena
carceraria, creando una rete di occasioni concrete.
L’impegno dell’Agenzia è rivolto primariamente ai suoi
soci, che pur avendo sottoscritto il Patto Associativo, non sempre hanno piena
consapevolezza dell’entità della sfida.
Il rischio altrimenti è quello di evidenziare delle
contraddizioni e poi lasciarle irrisolte.
In primis la contraddizione del sistema carcerario che
finisce per danneggiare i più deboli, ovvero i detenuti ed i nuclei famigliari
più poveri, senza legami o risorse personali, e per favorire indirettamente il
circuito del reclutamento criminale.
Alla luce di ciò intendo ribadire l’importanza di dare
attuazione al protocollo d’intesa tra la Regione Lombardia ed il Ministero
della Giustizia.
L’Agenzia si è data il compito ambizioso di fare da ponte
tra il mondo imprenditoriale ed il carcere, esemplificando traiettorie ed
individuando realtà dove sperimentare inserimenti lavorativi. Se il sistema
delle realtà sociali ed imprenditoriali che hanno mobilitato l’Agenzia si
rafforza e sviluppa il suo compito culturale e di informazione-formazione, il
tema del lavoro e dell’imprenditorialità potrà incidere sul sistema carcerario
e penale.
Riteniamo che sia importante riportare in primo piano il
tema del lavoro anche in occasione dell’apertura del nuovo carcere di Bollate,
a partire dalle esperienze già fatte e da quelle in atto, per coglierne limiti
ed errori, commessi in altri contesti, e superarli.
L’Agenzia ha una organizzazione snella, finalizzata a
sostenere la crescita dei soggetti che la costituiscono. Per questo è stata
scelta la formula associativa.
L’incontro di oggi mi invoglia a spendere una parola in
merito al dibattito in corso nel nostro paese sul tema del carcere e sui
provvedimenti all’ordine del giorno in materia di umanizzazione del carcere e
difesa della dignità e dei diritti del detenuto in quanto cittadino.
Al riguardo non possiamo tacere, dato che l’Agenzia è
nata con idee e progettualità riferite al carcere ed ha detenuti tra i suoi
soci. Saremmo inadatti al nostro compito se tacessimo, soprattutto in questo
periodo. Non è certo compito dell’Agenzia esprimersi su scelte che toccano al
Parlamento, ma vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza per dire
che nessun provvedimento sarà efficace se si concretizzerà solo in un
alleggerimento dei pesanti numeri che caratterizzano il sovraffollamento
carcerario e non in un progetto di riforme strutturali orientate al recupero e
al risarcimento sociale. Va detto che quanto attualmente è in discussione non è
cancellazione di reati o inviti alla fuoriuscita, ma la creazione, a partire da
un clima sociale e culturale favorevole, di opportunità di reinserimento per
invertire l’attuale fisionomia del carcere contenitore o cloaca di
disperazione.
E’ dunque fondamentale incidere sul clima sociale e
culturale di una società che reagisce alla commissione di reati emotivamente,
in modo non razionale, ritenendo il carcere adeguata vendetta rispetto al male
arrecato.
Il nostro sistema carcerario è espressione di una società
vendicativa, il cui sentimento di giustizia viene solo apparentemente appagato
dal carcere, senza che siano date reali possibilità di prevenzione e
risocializzazione.
Il nostro non è perdonismo fuori luogo ed inconsistente,
né tantomeno volontà di affrontare o di sminuire la problematicità di
situazioni obiettivamente esplosive, ma volontà di porre le premesse affinché
la pena non venga identificata unicamente nel carcere ed esso diventi
concretamente estrema ratio. In tale direzione sono stati formulati gli
orientamenti della Commissione Grosso.
Il processo di umanizzazione del sistema carcerario e le
misure alternative alla detenzione, che consentono al detenuto di esprimere
attraverso il lavoro alla sua appartenenza alla società civile, ci possono
condurre verso un ripensamento più complessivo del sistema penale.
In tal senso è necessario ribadire che la pena non deve
essere solo sottrazione di libertà, ma deve diventare anche produzione di idee
imprenditoriali e di progetti lavorativi. Solo in tal modo è possibile per il
sistema giustizia declinare congiuntamente il tema della sicurezza e quello
della risocializzazione. Non può, infatti, esserci sicurezza se non ci si fa
carico del problema del reinserimento dei detenuti e il reinserimento, a sua
volta, passa anche attraverso il recupero della dimensione lavorativa.
Ecco perché l’Agenzia, anche a nome dei detenuti che ne
sono soci, sollecita ad utilizzare il dibattito di oggi per riaffermare che
l’apertura al carcere del mondo del lavoro è una necessità per garantire
sicurezza alla collettività.
FRANCESCO
MAISTO, SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI MILANO:
Io credo di dover correre qualche rischio, dovuto alle
esemplificazioni e alle distinzioni, che sono fatte per chiarire a me le idee
più che a voi che già le avete chiare.
Più che sollecitare e stimolare la mia riflessione in
questo momento, il libro, che indubbiamente dagli annunci dei quarti di
copertina ha un suo rilievo e che lo avrà ancor più quando commenterà la
normativa recentemente approvata dal Parlamento e dal Governo, credo che
solleciti di più l’attualità di questa normativa.
“Il lavoro vale
la pena” è un titolo tanto ambiguo quanto volutamente provocatorio, un titolo
ambiguo perché rischia di appiattire la penalità sulle garanzie del diritto al
lavoro, e al contempo storicamente può non avere nessun significato, quindi il
problema è andare a dare un significato a questo titolo.
Allora corro questo rischio e comincio dicendo che parto
da un concetto molto bello che ho ritrovato nello scritto del dott. Rebuzzini
di Novaspes, laddove preferisce parlare non di impresa ma di intraprendenza, e
direi che l’intraprendenza quando è rivolta verso il mondo della criminalità
può essere approfondita sotto due angoli di visuale. Il primo è quello
dell'imprenditorialità pura, secondo l’etica e la rete dell'imprenditorialità,
l’altro angolo di visuale è quello dell’azione di promozione della persona
contestualizzando l’intraprendenza nell’ambito della società civile, sicché la
finalità dell’intraprenditore (per non parlare di imprenditore) non sarebbe
vista soltanto nell’ambito dell’interesse dell’imprenditore, ma anche della
funzione o del modo in cui egli si colloca nel mondo della società civile in
relazione al mondo della penalità, e comunque anche fatta questa distinzione
che in qualche modo mi fa rischiare qualche consenso, devo segnalare che resta
nonostante la distinzione una nota comune a tutti e due i tipi di
intraprendenza, cioè il lavoro in entrambe le visuali non è puro accidente
bensì è il momento centrale della persona umana sia libera che detenuta. Per
poter avere un significato, è necessario che almeno si verifichino 2
presupposti: che il lavoro sia statisticamente significativo e che sia
qualitativamente rilevante per la penalità. Nonostante apprezzabili sforzi ed
esperienze significative che sono state fatte fino ad ora nell’innesto tra
lavoro e penalità possiamo convenire, senza essere molto scettici e
disincantati ma con grande obiettività, che certamente il lavoro non
rappresenta ancora un momento o un aspetto significativo di innesto tra
penalità e il lavoro. Mi viene da pensare alla proposta che celebrandone quasi
l’apoteosi, aveva fatto il direttore generale dell’Amministrazione
Penitenziaria quasi un mese fa, quando parlando della proposta approvata della
legge Smuraglia diceva che avevano già messo in atto delle esperienze e citava
quella del prestito d’onore, che non è da considerarsi propriamente un’attività
lavorativa, ma è promessa di una aspettativa futura, quindi non è un fatto
statisticamente significativo sul piano della concreta attività lavorativa, ne
è qualitativamente rilevante l’innesto tra penalità e lavoro in relazione ai
criteri di selettività per l’accesso graduale all’inserimento nella società
delle persone libere. Non è cioè qualitativamente rilevante ai fini della
concessione delle misure alternative alla carcerazione, che pure sono previste
dall’attuale ordinamento penitenziario anche se teoricamente e normativamente
allargate alla legge Simeone-Saraceni. Quindi questa è la situazione.
Io direi che non
andiamo molto lontano se diciamo che la situazione attuale pur se con qualche
aggiornamento, è quella che viene rappresentata ancora nel volume della
Dott.ssa Roselli e dall’aggiornamento che recentemente è stato fatto in una
scheda molto ben attrezzata dalla Caritas Italiana in occasione del Giubileo
sul problema penitenziario.
Il problema è che non è una situazione di lavoro
statisticamente significativa, non è una situazione di lavoro qualitativamente
rilevante ai fini dell’umanizzazione della penalità o dell’attenuazione della
penalità.
I due motivi fondamentali sono ben noti, da una parte il
primo motivo è che vi è un intreccio perverso tra penalità e lavoro, nonostante
varie modifiche di legislazione primaria statale e nonostante alcuni sparuti
interventi dell’autorità giudiziaria, nel senso che nonostante ci sia stato in
qualche modo un accidentato percorso di liberazione e di laicizzazione del
diritto del lavoro rispetto a una qualche sacralità della penalità, il diritto
del lavoro non si è completamente sganciato per quanto concerne i detenuti ed
ex dalla sacralità della penalità, che quindi lo tiene in qualche modo sotto
una cappa. L’altro motivo è dato da una sorta di subordinazione, torsione del
lavoro rispetto a quelle che sono presunte regole onnicomprensive, onnipotenti
della sicurezza penitenziaria che pervade ogni zona del penitenziario, anche
laddove non si pone il problema fondamentale della sicurezza.
Io posso indicare solo un esempio poco noto a livello
nazionale, ma che è estremamente significativo. L’Amministrazione penitenziaria
ha ancora nel demanio dello Stato le colonie agricole della Sardegna, prendiamo
ad esempio Isarenas, che hanno una estensione di migliaia di ettari, eppure
circa un anno e mezzo fa Federsodalitas aveva stipulato un Protocollo con
l’Amministrazione penitenziaria al fine di assicurare attività lavorativa in
agricoltura che avrebbe consentito di implementare attività lavorativa non
particolarmente specializzata (agli extracomunitari, agli stranieri…), dove non
c’era la necessità di pervasione della sicurezza. Ebbene, quel che si apprende ufficiosamente,
è che quella convenzione è rimasta lettera morta, nel senso che ad Isarenas i
detenuti continuano ad entrare ed uscire più o meno dalla sezione, così come
possono fare a S. Vittore, dunque con molti limiti. Dunque c’è ancora una volta
un problema di subordinazione del lavoro rispetto a problemi supposti o
presunti della sicurezza.
A fronte di tutto ciò non si può tacere il fatto che
restano i problemi del mercato del lavoro che valgono per tutti i cittadini,
figuriamoci se non valgono per i detenuti.
Mi ha colpito un passo del volume delle Edizioni Lavoro,
curato da Walter Passerini, che all’Art.1 riporta: “L’Italia è una repubblica
fondata su…”, che tra l’altro si occupa anche in un paragrafo dell’Agenzia di
Solidarietà per il Lavoro, e parlando del lavoro libero dice: “Il lavoro sarà
un oggetto da afferrare in certe condizioni ed in certe occasioni, si cambierà
lavoro, agenzia, azienda, probabilmente più volte nel corso della vita, ma
tutto questo non va visto come condanna o come pena” e stiamo parlando di
cittadini liberi. Tutte queste condizioni sommate portano molti ad affermare
che il lavoro a queste condizioni diventa una pena, una condanna. Figuriamoci
per chi è in carcere. Non possiamo nemmeno nascondere che nel corso di questi
anni ci sono stati esempi significativi di intreccio tra penalità e attività
lavorativa, penso ad esempio a Novaspes, alla Fondazione Carcere e Lavoro.
La sollecitazione del momento attuale è il peso che
possono avere le 2 normative appena saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale
sull’assetto dato. La legge Smuraglia è nata a Milano, in una prima riunione
alla Camera del Lavoro, quando era Direttore generale il Dott. Margara, ed era
presente anche il sottosegretario Corleone ed il Senatore Smuraglia era allora
invitato a farsi portatore di una istanza che già c’era nell’ambito dei
Protocolli di Intesa tra Regione Lombardia e Ministero di Giustizia, legge che
sicuramente rappresenta un passo in avanti, sicuramente è positiva, anche in
relazione ai contenuti.
Il punto
fondamentale è la previsione che detenuti, detenuti ammessi alle misure
alternative, all’art.21 al lavoro siano qualificate come persone svantaggiate
da una parte, e dall’altra la previsione di sgravi per l’imprenditoria privata
e per il mondo della cooperazione sociale nell’ambito di quote che verranno
concertate con decreto dei ministeri interessati. Si può dire che è sicuramente
un dato positivo che sblocca una serie di situazioni, quanto meno è prevedibile
che ci saranno una serie di offerte di lavoro, ma sarà davvero un passo in
avanti, o sarà solo un passo in avanti puramente teorico? Se noi guardiamo
soltanto il lavoro intramurario è chiaro che le condizioni logistiche, di
sovraffollamento di tutto il sistema penitenziario sicuramente verranno ad
incidere sulla concreta possibilità di realizzazione delle offerte di lavoro,
laddove non è possibile realizzare una mobilità all’interno degli Istituti sarà
molto difficile che ci si possa avvalere dei vantaggi di questa legge dello
Stato. E tanto più sarà difficile per coloro che sono ammessi alle misure
alternative, e non per problemi logistici, ma per una situazione ad imbuto
mentale ed ideologico che si è creato tra la Magistratura di Sorveglianza e tra
il resto del Paese che ha praticato la tolleranza zero.
Se si esaminano i
dati statistici che si riferiscono all’ammissione alle misure alternative nel
periodo tra il 1998 ed il 1999, si vedrà che nell’arco di un anno, la
progressione parabolica in ascesa lungo gli anni dal 1975 al 1998 ci dà un
aumento delle misure alternative, mentre dal 1998 al 1999 la parabola cade
completamente, si hanno 6000 misure alternative in meno e una chiusura del
rubinetto di scarico per l’uscita dal penitenziario.
Ho cercato di mettere tutto ciò in evidenza in un
articolo di prossima pubblicazione sulla rivista “Questione Giustizia”,
illustrando come ci sia stata una chiusura nell’accesso alle misure
alternative, nel senso che è prevalsa la materialità e la fattualità sulla
normatività. C’è stato un intreccio in un biennio estremamente difficile tra
tolleranza zero, braccialetti elettronici, slogan della certezza della pena,
che ha avuto un rimbalzo sulle decisioni della Magistratura di Sorveglianza,
cosicché c’è stata una sorta di obiezione di coscienza e di rimozione del problema.
Potrà fare ben poco la legge Smuraglia in relazione a cristallizzazioni di
questo tipo.
L’altro sforzo
notevole del Governo è stato finalmente il Regolamento di esecuzione, che molto
deve alla lungimiranza del Presidente Margara. Il Ministero e l’Amministrazione
Penitenziaria hanno proseguito queste attività per quanto concerne la
formulazione, ma tale legge non è riuscita però a tener conto del problema
dell’affettività. Nonostante queste mutilazioni il regolamento di esecuzione
della legge penitenziaria è un notevole passo in avanti, in particolare per
l’attività lavorativa, prevista nell’Art. 47 e seguenti. Anche qui come per la
legge Smuraglia ci può essere una notevole incidenza soprattutto nei punti
relativi alla assunzione mediante convenzione all’interno degli Istituti, anche
per Istituti penitenziari che potrebbero togliere inutile attività lavorativa a
quella meramente amministrativo-contabile, non foss’altro per questo, in modo
tale che ci siano cooperative che possano offrire lavoro in relazione a servizi
penitenziari.
In conclusione è utile dire che se poniamo a confronto
questa normativa con la normativa primaria già esistente , e cioè la legge
penitenziaria e le modifiche che si sono succedute nel tempo, direi che o si
vince o si perde, nel senso che con questa duplice normativa si conclude una
parabola di adeguamento della legislazione. A questo punto la legislazione è
completa. Ma solo per chi accetta e scommette sul principio sul quale si basa,
cioè quello della flessibilità della pena in fase esecutiva. Già in questo
biennio è stato difficile arginare lo slogan della certezza della pena, il
principio costituzionale della flessibilità della pena in fase esecutiva, e qui
c’è tutta la normativa che può servire affinché si possa svolgere in maniera
statisticamente e qualitativamente significativa l’attività lavorativa negli
Istituti di pena e fuori degli Istituti. Ma solo se si accetta il presupposto
della flessibilità della pena in fase esecutiva come unico momento centrale del
nostro sistema sanzionatorio. Quindi siamo al massimo dell’espansione.
Per altro verso però bisogna dire che questo o è il
momento a cui si mette a frutto ciò che si è portato a casa sul piano
normativo, o è il capolinea della flessibilità della pena in fase esecutiva.
Non c’è più niente da chiedere. Se nel corso di un anno e mezzo tutto questo
non avrà dato frutti, potremo dire che la flessibilità della pena in fase
esecutiva oscillerà verso il pendolo della certezza della pena , oppure si
dovrà necessariamente cambiare registro ed andare a riscrivere il catalogo
delle pene vigenti in Italia, si dovrà riscrivere il catalogo delle sanzioni.
Per ciò dico: massima espansione o il capolinea, e comunque credo che per chi
ha maturato nel corso di questi anni una visione necessariamente mista delle 2
funzioni, ritenendo cioè la necessità della flessibilità della pena in fase
esecutiva con degli scarti minori rispetto a quelle attuali, naturalmente ma
sicuramente sempre vigente dove ci siano delle pene di lunga durata, perché
altrimenti ne andrebbe a discapito l’ Art. 27 della Costituzione. Per chi non è
in questa prospettiva, non resta che la più soddisfacente alternativa per la
quale altri si battono e che non necessariamente è alternativa in tutti i
termini esaustivi rispetto alla flessibilità, ed è quella delle nuove pene
all’interno del processo di cognizione. Credo che soprattutto per le pene di
media e breve durata il lavoro declinato sempre e comunque nelle fasi del
processo ed il lavoro come pena, avrebbero un’alternativa veramente di lunga
durata che sarebbe statisticamente e qualitativamente significativa, sicché il
lavoro verrebbe ben declinato sia in fase di esecuzione, sia come misura
particolare alternativa alla detenzione come lavoro di pubblica utilità, sia come
sanzione autonoma nel senso che si potrebbe attuare il cosiddetto
“patteggiamento lavorativo”, perché soltanto in questo ambito vale la formula
ambigua ma provocatoria “lavoro vale la pena”; ma chi scommette sul primo
assetto normativo, o sul secondo, deve sapere che c’è una “conditio sine qua
non” di tutto ciò, ovvero l’attuale situazione della popolazione penitenziaria
con un surplus di 15.000 detenuti, che non consente né l’uno, né l’altro
assetto normativo. Non sarà possibile realizzare il regolamento di esecuzione
con questo standard di popolazione penitenziaria, non sarà possibile offrire
nuove opportunità con questo tipo di normativa lavorativa. Da qui credo che
quanto meno in una visione riduttiva della clemenza si possa essere d’accordo
sulla necessità di attuare in modo automatico con esclusione dei reati di
gravissimo allarme sociale, di venire ad una riduzione parziale di una quantità
di pene detentive, e quindi pensare all’indulto o al condono, ma nella storia
della Repubblica non c’è stato condono che non si trascini una amnistia, solo
una volta è stato concesso un condono perché le carceri scoppiavano.
Soltanto a queste condizioni si potrà dire “il lavoro
vale la pena”.
MONICA
VITALI, GIUDICE DEL LAVORO DI MILANO:
La prima impressione per chi si avvicina al fenomeno del
lavoro penitenziario è data dai numeri, e cioè il numero dei detenuti in
Italia, che ha superato la soglia dei 50.000, ed il numero di quelli che
lavorano all’interno del carcere, poco più di 10.000, che, tradotto in termini
percentuali, significa il 20%. Nel 1990, il numero dei detenuti in Italia non
arrivava a 30.000 persone e lavorava il 43%.
Il secondo elemento che colpisce è quello dell’assenza o
quasi di interventi giurisdizionali sul tema del lavoro dei detenuti, come se
il detenuto che lavora, all’interno o all’esterno del carcere, fosse
difficilmente percepito dalla collettività come destinatario di diritti e
obblighi, sul piano della sua doppia condizione di detenuto e lavoratore.
Il terzo elemento, strettamente collegato al precedente,
è dato dallo scarsissimo interesse della dottrina giuridica per questi
argomenti.
Al di là di alcuni interventi, tutti di giuslavoristi e
tutti risalenti agli anni ’70, il problema del lavoro penitenziario è stato
assolutamente trascurato. I poche che se ne sono occupati lo hanno fatto in
un’ottica di puro difensivismo, con una forma diversa ossessione lavoristica.
Questa ossessione lavoristica, o intreccio perverso tra
penalità e lavoro, come lo ha chiamato oggi il collega Maisto, ha agito e
agisce su due piani.
Il primo piano: i penalisti che hanno affrontato il tema
hanno privilegiato la pretesa punitiva dello Stato rispetto ai diritti civili
dei lavoratori detenuti, come se il fatto di affermare la persistenza dei
diritti civili connessi alla situazione di lavoratore anche all’interno del
carcere costituisse una minaccia per l’istituzione penitenziaria.
Il secondo piano: è stato attribuito al lavoro il
carattere di presupposto necessario per il riesame della pretesa punitiva dello
Stato, anche quando non è normativamente richiesto, e si è connotato il lavoro,
presupposto essenziale per l’ammissione alle misure alternative, in una unica
direzione, quella del lavoro subordinato a tempo indeterminato.
In realtà, ci sono molti motivi per riflettere su questi
temi; la collocazione temporale di questo incontro è stata particolarmente
felice, dal momento che sono recentemente stati emanati due provvedimenti
legislativi molto attesi, che dovrebbero rispondere alle aspettative del mondo
del lavoro penitenziario.
Aspettative in quali termini? Licia Roselli, direttrice
dell’Agenzia di Solidarietà per il Lavoro, alla mia domanda su quali fossero i
problemi con cui ci si deve scontrare per l’inserimento lavorativo dei
detenuti, ha risposto che sono essenzialmente due.
Il primo è quello dei tempi, sia del carcere che della
Magistratura di Sorveglianza, necessari perché si giunga ad una decisione
sull’ammissione al lavoro all’interno o all’esterno dell’istituto.
Il secondo è quello della formazione e dei titoli di
studio degli aspiranti lavoratori, poco adeguati alle esigenze del mercato del
lavoro, in quanto la formazione è molto generica e i titoli di studio poco
significativi, sia in termini quantitativi che qualitativi.
Cercherò, allora, di dare alcune linee indicative su
questi due aspetti.
Per quanto riguarda il primo è indubbio che mondo
giuridico, in generale. e mondo carcerario in particolare, abbiano una
concezione diversa del tempo rispetto al mondo reale, in generale, e al mondo
economico in particolare, diversa e difficilmente compatibile.
Al di là di questa affermazione, tuttavia, io penso che
il nodo principale sia dato dalla scarsa conoscenza che ciascuno di questi
mondi ha dell’altro.
Nella forma che gli è stata data nella legislazione successiva
alla Legge Gozzini, il lavoro penitenziario è diventato assimilabile a quello
svolto dalle persone libere, salvo i necessari adattamenti connessi alla
condizione soggettiva di una delle parti del contratto, condizione soggettiva
che non dovrebbe incidere sul piano dei rapporti contrattuali tra lavoratore
detenuto e datore di lavoro imprenditore.
La tendenza giurisprudenziale che si è venuta formando
sulla Legge Gozzini ha, invece, attribuito al lavoro un carattere di
presupposto necessario dell’ammissione alle misure alternative, connotandolo
nella direzione del lavoro subordinato a tempo indeterminato, che non
corrisponde più alla situazione dell’attuale mercato del lavoro.
Lo sforzo legislativo è stato, quindi, quello di
privatizzare il lavoro penitenziario, sia intramurario che extramurario,
consentendo l’ingresso del mercato nel lavoro carcerario attraverso la gestione
diretta delle attività lavorative da parte dell’imprenditore esterno, pubblico
o privato che sia.
La conseguenza è che viene a cadere completamente
l’opzione di fondo contenuta nella Legge Gozzini volta a differenziare il
lavoro intramurario e il lavoro all’esterno, assimilabile al lavoro libero.
Infatti, l’imprenditore che gestisce le lavorazioni
stipula con i detenuti lavoratori contratti di diritto privato, così che viene
completamente superata la distinzione tra lavoro intramurario ed extramurario ,
relativamente all’applicabilità della disciplina standard.
per quanto riguarda il secondo aspetto, si tratta di
attivare i concreti impegni che le parti coinvolte si sono assunti.
Già la Legge regionale nr.15 del 1999 affermava come
obiettivo proclamato quello dell’integrazione dei sevizi per l’impiego resi sul
territorio, delle politiche attive del lavoro e delle politiche formative per
sviluppare un mercato del lavoro aperto e trasparente che incentivi l’incontro
tra domanda e offerta.
Già il protocollo d’intesa tra regione e Ministero di
Giustizia segue queste linee di intervento, impegnandosi ad assicurare uno
stretto raccordo tra i percorsi di formazione professionale delle persone
detenute, a regime ordinario ed ammesse alle misure alternative, e delle
persone dimesse, e le reali esigenze occupazionali del mercato del lavoro
regionale.
Le novità legislative di pochi giorni fa, la c.d. Legge
Smuraglia e il nuovo regolamento della legge sull’ordinamento penitenziario
proseguono in questa impostazione: il regolamento porta a conclusione il
processo di privatizzazione che era stato scelto nella nuova formulazione
dell’art.20 O.P., rispetto alla quale il vecchio regolamento era ormai del
tutto superato. Dettaglia le norme che permetteranno al sistema di funzionare,
prevedendo la duplice possibilità per le lavorazioni e i servizi di istituto di
essere organizzate e gestite dalle direzioni degli istituti ovvero da imprese
pubbliche e private in regime di convenzione.
Ma la scelta originaria era già stata fatta in precedenza
ed il regolamento non è altro l’ultimo risultato di questa scelta originaria.
La Legge Smuraglia fa di più: non solo ridisegna ed
amplia la nozione di soggetti svantaggiati, riferendoli anche alle persone
recluse non ammesse a misure alternative, ma soprattutto introduce un sistema
di agevolazioni differenziate e l’allargamento degli incentivi fiscali.
Il problema resta quello delle occasioni concrete: gli
spazi per incrementare le occasioni di lavoro, le occasioni di formazione
professionale, per favorire l’incontro tra mondo del lavoro e mondo dei
detenuti ci sono tutti a livello legislativo. Si tratta di attivarli, avendo
ben presente che questa è una necessità per la collettività, una necessità in
termini di sicurezza.
Non può esserci sicurezza, se non si agisce per rendere
effettivo il reinserimento dei detenuti ed il riconoscimento che sono
lavoratori detenuti e non detenuti lavoratori. E' un passaggio fondamentale in
questa direzione.
Il Progetto Sportelli
Obiettivo
principale è preparare percorsi d'inserimento mirati e personalizzati basati
sull’analisi dei bisogni del singolo utente che richiede l’intervento,
possibilmente durante l’espiazione della pena.
Il Progetto Sportelli si articola su due piani: un piano informativo ed un piano
motivazionale.
·
Il piano informativo riguarda
prevalentemente la legislazione vigente sul lavoro, le normative contrattuali,
iscrizione al collocamento, e relativi aggiornamenti. Sono usati materiali e
dispense che i detenuti conserveranno e consulteranno anche a seguito degli
incontri. Il piano informativo,
inoltre, è agito sia con contatti individuali sia organizzando gruppi
d'interesse di circa 20 persone.
·
sul piano motivazionale l’obiettivo è lo
sviluppo della cultura del lavoro; laddove per cultura del lavoro s’intende non solo la conoscenza del mondo del
lavoro stesso, ma anche la scelta del lavoro, anziché il reato, come strumento
per mantenersi.
I casi non sono omogenei, alcuni possono essere esauditi
rapidamente altri necessitano d'interventi anche molto complessi, il bisogno
preponderante rilevato è sicuramente una collocazione lavorativa “urgente”.
I dati riguardanti questo progetto li potete trovare in
cartellina.
Gli utenti che si presentano in Agenzia, pur
arrivando da svariate esperienze di lavoro, sono disponibili ad accettare
lavori d'ogni genere, e questo se da un lato può apparire un elemento positivo,
dall'altro pone seri dubbi sulla tenuta dell'opzione lavorativo nel medio-lungo
periodo.
Altro capitolo sono i
detenuti stranieri la cui problematicità primaria risiede nel possesso o meno
del permesso di soggiorno e situazioni abitative instabili o, spesso,
inesistenti.
I profili dei detenuti
in stato di restrizione comportano il confronto con avvocati, educatori e
direzioni per comprendere l’effettiva fattibilità di accedere ad una misura
alternativa al carcere. Questo dilata notevolmente i tempi d'attuazione di un
progetto, in contrasto con i tempi delle aziende che devono rendere conto al
ritmo e alle necessità del mercato.
FRANCO SCARPELLI, DOCENTE DEL DIRITTO DEL LAVORO,
UNIVERSITA’ DELL’INSUBRIA-COMO:
Non avendo una competenza specifica e approfondita sui temi
del lavoro carcerario farò alcune brevi osservazioni su alcuni elementi
d'evoluzione del quadro normativo del mercato del lavoro, che consentono almeno
come potenzialità un'estensione delle occasioni d'impiego, e quindi la
possibilità di concretizzare l’impiego dei detenuti ammessi al beneficio del
lavoro esterno, e dei quali si deve tener conto nell’utilizzo e nella gestione
degli strumenti di lavoro dei ristretti.
La Dott.ssa Vitali ha ricordato come vi sia la pretesa
nella prassi della cultura operativa corrente (in realtà non giustificabile sul
piano interpretativo) di modellare il lavoro carcerario extramurario nei
termini dei rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Sappiamo che
oramai da tempo, ed in misura abbastanza accentuata negli ultimi anni, il
mercato del lavoro non è più questo, né nella realtà e neppure nella evoluzione
normativa del contratto attuale, contrastando quella che è una diffusa vulgata
sulla scarsa sussistenza d'elementi di flessibilità nell’esperienza italiana, che
invece si sono arricchiti notevolmente nell’esperienza legislativa e
contrattuale di questi ultimi anni, semmai i dati negativi sostengano ancora
nonostante le riforme operate anche in questo campo, alla capacità delle
Istituzioni pubbliche e alle neonate Istituzioni private di governo del mercato
del lavoro, di svolgere una politica realmente attiva sul mercato del lavoro.
Almeno su una parte del mercato del lavoro, è sotto gli
occhi di tutti una perdita del centralità del prototipo normativo del rapporto
classico di lavoro subordinato a tempo pieno tendenzialmente con lo stesso
datore, con pochi passaggi da una ad altra impresa nel corso di una vita
lavorativa, almeno per una parte, perché poi all’interno d'ogni impresa vi è un
nocciolo duro di lavoratori che ancora e sempre più risponde a questa
caratteristica, e soprattutto è sotto gli occhi di tutti che l’accesso al mondo
del lavoro per gli inoccupati, o per i disoccupati di lungo periodo, passa
ormai in maniera significativa, direi quasi esclusiva, dagli strumenti
d'impiego flessibili.
Sul piano normativo questa possibilità è notevolmente
cresciuta, negli anni si sono notevolmente allargate le possibilità d'impiego
flessibile, in un quadro di ricerca di un difficile punto di mediazione tra
flessibilità nell’interesse dell’impresa, nell’interesse del lavoratore
(pensiamo al difficile equilibrio tra questi due aspetti, ad esempio nella
normativa recente sul part-time) e anche regole di tutela dei diritti del
lavoratore quale contraente debole.
Richiamo molto
rapidamente l’istituto del lavoro a termine, che è quello più significativo e
oggetto in genere della maggiore attenzione, che si è molto sviluppato con
l’allargamento delle ipotesi legali e soprattutto delle ipotesi contrattuali, a
partire dagli anni ’80. La recente normativa del lavoro temporaneo, il
cosiddetto lavoro interinale, le molteplici figure di contratti a contenuto
formativo, il part-time e da ultimo ma non meno importante il massiccio
sviluppo delle collaborazioni coordinate continuative che hanno cominciato ad
ottenere qualche importante prima regola di riconoscimento di diritti sociali a
carattere previdenziale, di recente l’estensione dell’assicurazione INAIL che
in qualche modo dà una maggiore cittadinanza a questa figura prima collocata un
po’ nel limbo, tra il lavoro autonomo classici ed il lavoro subordinato. Ma
anche altre forme che oggi caratterizzano, soprattutto in realtà dinamiche come
quella Lombarda, il mercato del lavoro, innanzi tutto il lavoro autonomo
imprenditoriale vero, il passaggio del mondo del lavoro prestato verso altri,
al lavoro autogestito, la cooperazione, o figure come contratti associativi.
Questi brevi cenni dovrebbero dirci che la pretesa sopra richiamata di
modellare cioè il lavoro carcerario sull’unico prototipo del lavoro subordinato
classico pare infondata, e l’attuale quadro normativo del mercato del lavoro
che per non limitare la parità di regole e diritti del lavoro dei detenuti
impone di considerare sullo stesso piano ogni occasione di lavoro e quindi non
solo quelle classiche ma anche quelle più recenti.
L’Istituzione
carceraria ed i suoi strumenti riabilitativi devono dunque rapportarsi al mondo
del lavoro e della produzione per quello che è oggi. In questo quadro, dovremmo
chiederci quali possibilità d'adattamento vi siano, adattamento degli strumenti
che ora ho richiamato alla specifica situazione dei detenuti e soprattutto
quali strumenti di sostegno a reperire occasioni di lavoro, d'incentivazione
alle imprese, etc. E’ evidente il ruolo centrale dell’Istituzione di governo
del mercato del lavoro, delle previsioni normative che sono state richiamate,
soprattutto quelle in termini d'incentivi fiscali, finanziari …, in un mercato
del lavoro dinamico come quello Lombardo. Si tratta probabilmente di immaginare
altri e più efficaci strumenti per individuare nuovi soggetti imprenditoriali
nella funzione sociale rappresentata nel dare occasioni di lavoro e di
reinserimento ai detenuti.
Da questo punto di vista penso alla possibilità di varare
percorsi ad hoc, percorsi di promozione e sostegno all’inserimento lavorativo
dei detenuti, soprattutto in sede di contrattazione collettiva, rispetto alla
quale un’associazione, un’istituzione privata come quella dell’Agenzia può
svolgere sicuramente: un ruolo di promozione molto importante.
Negli scorsi mesi si è molto parlato del Patto per
Milano. Io personalmente ho avuto l’occasione di esprimere in più sedi
posizioni anche molto critiche sul contenuto dell’intesa, ma per profili
diversi da quelli qui trattati che tralascio per non fare polemica in questa
sede. Ma è importante valutare e correggere alcune delle tecniche utilizzate,
per farne un modello davvero interessante che riguadagni anche il consenso
della più rappresentativa organizzazione sociale, l’esperienza sindacale,
valutare la possibilità di valorizzare l’esperienza collettiva anche e
soprattutto a livello territoriale come strumento d'adattamento del mercato del
lavoro alla specificità di alcune aree di disagio e quindi di elaborazione di
percorsi privilegiati di promozione di occasioni di soggetti svantaggiati.
Per fare delle ipotesi penso che la prima possa essere
l’allargamento delle opportunità in cui è previsto all’impresa l’ampliamento
dello strumento che lei percepisce vantaggioso, quale il contratto a termine
subordinato alla tutela di un obiettivo sociale come il reinserimento
lavorativo dei detenuti. Vi è qui un
dibattito aperto sulla possibilità di utilizzare questo contratto a causale
soggettiva, non subordinata alle esigenze dell’impresa, e qualche dubbio può
discendere dalla recente direttiva CEE 1999 che non è stata ancora oggetto di
specifica legislazione.
Credo che quando la condizione di disagio che giustifica
il riferimento alla persona sia effettiva e oggettivamente determinata come quella
del carcere, debba riconoscersi la possibilità per il contratto collettivo di
valorizzare questa condizione come motivo essenziale per l’elaborazione di uno
strumento aggiuntivo di flessibilità, come il contratto a termine. Se mai in
questa ipotesi la contrattazione collettiva, può farsi carico di aspetti
ulteriori della vita di questi rapporti di lavoro, ad esempio quello della
durata nel tempo e della tendenza alla stabilizzazione di questi rapporti di
lavoro attraverso regole che spingano alla conferma in servizio del lavoratore
alla fine del periodo inizialmente determinato di lavoro, così come ci può
essere un altro problema di regolazione delle ipotesi sempre più diffuse di
contratto a termine che è quello di tutela della possibilità in corso per il
lavoratore a termine di scegliere altri lavori laddove sul mercato gli si
presenti la possibilità di accedere a rapporti di lavoro a tempo indeterminato
che garantiscano meglio il percorso di stabilizzazione della misura alternativa
al carcere per il lavoratore detenuto.
Infine, altro esempio concreto per il tema della
stabilità nel tempo che potrebbe essere uno spunto per l’introduzione da parte
della contrattazione collettiva di alcune regole specifiche in materia di
lavoro temporaneo, di lavoro interinale, mediante accordi ad hoc con le agenzie
fornitrici e con le imprese che operano in questo sempre più significativo
settore di mercato (si parla per il 2000 di cifre sempre più significative di
lavoro interinale), potrebbe essere la valorizzazione dell’ipotesi consentita
dalla legge ad oggi poco o per nulla praticata nel mercato del lavoro normale,
per l’assunzione di detenuti da parte dell’agenzia fornitrice a tempo
indeterminato con invio del lavoratore presso le imprese utilizzatrici, che di
volta in volta ne fanno richiesta, riuscendo a realizzare l’ipotesi di
estenderlo ai detenuti, nei periodi intermedi tra un’utilizzazione e l’altra,
pensando ad attività di formazione, di inserimento sociale, eventualmente anche
con interventi di sostegno dell’impresa o con intervento di istituzioni
pubbliche per l’aspetto finanziario relativo all’indennità di disponibilità. Ci
sono gli strumenti degli sgravi fiscali, ci sono gli strumenti previsti dalla
legislazione regionale, tra l’altro da questo punto di vista credo che siano
settori sui quali si può con una certa tranquillità non temere un intervento di
sanzione da parte dell’ordinamento comunitario sul fatto di utilizzare denaro
pubblico per sostenere le imprese, essendoci un obiettivo di chiara utilità
sociale che giustifichi nel quadro nel comunitario interventi di questo genere.
Lo stesso tipo di strumenti si possono elaborare in
materia di utilizzo delle collaborazioni coordinate continuative.
Ultimo tema sul quale è necessaria una riflessione ed un
completamento del quadro normativo, salvo che sia una mia carenza di
conoscenza, mi sembra che il problema del lavoro per i detenuti extracomunitari
non sia risolto. Per i detenuti stranieri non solo vi sono problemi specifici
ulteriori di sostegno all’inserimento lavorativo, di alfabetizzazione, di
formazione specifica, ma può esserci anche un problema di coordinamento con la
normativa esistente in materia di permessi a fini lavorativi che consenta
all’imprenditore nel lavoro intramurario o extramurario di poter dare luogo,
anche per questi cittadini che si trovano ristretti in carcere, a possibilità
di reinserimento non solo sociale ma anche di inserimento in una società per
essi completamente nuova.
TAVOLA
ROTONDA CON LA PARTECIPAZIONE DI FRANCO CORLEONE, PAOLO DEL DEBBIO, COSMA
GRAVINA, ANTONIO PASTORE, FELICE ROMEO, CARLO STELLUTI, GIUSEPPE TORCHIO.
PIETRO
ICHINO, MODERATORE
Abbiamo sentito esporre dai relatori che hanno introdotto
il convegno questa idea molto impegnativa: il diritto al lavoro di cui all’art.
4 della Costituzione è un diritto che deve essere garantito non soltanto al
cittadino libero, ma anche e soprattutto al cittadino detenuto, o comunque
privato in tutto o in parte della sua libertà. Però sappiamo anche che (come
insegna Norberto Bobbio) i diritti costituzionali sono dei diritti un pò
particolari il cui contenuto si accresce e si arricchisce via via che le
condizioni consentono, in linea di fatto di arrivare ad esigere dalla pubblica
amministrazione e dagli altri soggetti coinvolti qualche cosa di più.
Per dare corpo al
diritto costituzionale al lavoro dei detenuti occorre che i protagonisti
facciano più di quanto si è fatto fin qui, tenendo conto che questo diritto è
in regresso, era rispettato di più 10 anni fa di quanto non lo sia oggi, e la
percentuale di detenuti che accedono al lavoro è oggi nettamente inferiore
rispetto 10 anni fa. Bisogna darsi da fare affinché questo diritto
costituzionale torni ad arricchirsi di contenuto, anche e soprattutto in questo
segmento specifico. Io proporrei di adottare come schema concettuale in questa
tavola rotonda, quello che vede il diritto al lavoro scomposto in 3 elementi,
quelli che costituiscono cioè l’impiegabilità: l’informazione (se l’offerta e
la domanda di lavoro non sono informate non si incontrano), la formazione (se
domanda e offerta di lavoro hanno contenuti pratici diversi non c’è modo di
farle incontrare) e la mobilità (e qui il problema riferito al cittadino
ristretto nella sua libertà è ancora più grave, mobilità che significa che tanti
diritti al lavoro saprebbero concretarsi in più quanto più il lavoro potesse
muoversi vero il posto che si rende disponibile, ma anche quanti più posti
saprebbero muoversi verso il luogo dove il lavoro c’è).
A FRANCO
CORLEONE, SOTTOSEGRETARIO MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
Domanda: riguarda il problema della quasi illegalità
degli sportelli. Riservando la mediazione tra domanda e offerta ad agenzie che
abbiano un riconoscimento ben determinato, a determinate condizioni e aldilà di
questo primo ostacolo, si opera in condizioni di continuo attrito con una serie
impressionante di vincoli nel mercato nel lavoro che sono una palla al piede
per chiunque operi in questo campo. Ricordo l’unica regola che era stata
istituita dalla legge inglese per la Manpower Services Commition che poteva
fare tutto quanto era possibile tranne che prendere a prestito denaro per
favorire l’incontro tra domanda e offerta. Noi abbiamo pagine e pagine di norme
che costituiscono una palla al piede grave.
Inoltre vorrei sapere che cosa il Ministero della
Giustizia è in grado di fare per arricchire di contenuto quei 3 diritti del
detenuto, senza i quali il suo diritto al lavoro non ha corpo: cioè
informazione, formazione e mobilità.
A Paolo Del Debbio, che rappresenta il Comune di Milano vorrei
chiedere in particolare, al di là delle polemiche sul patto di lavoro, che cosa
il Comune di Milano intende fare perché quello schema di intervento che il
Comune ha deciso di darsi e ha negoziato con una a parte del movimento
sindacale diventi uno strumento importante e incisivo per creare un canale di
accesso al tessuto produttivo per questo segmento particolarissimo della forza
lavoro. Questo non è automatico, non possiamo illuderci che basti aver detto
che ci si apre agli emarginati perché gli emarginati entrino, dunque si tratta
di capire che cosa vogliamo esattamente fare.
A Cosma Gravina, Assessore al lavoro della Provincia di
Milano, chiediamo di dirci cosa intende fare la Provincia. che ha delle
responsabilità importanti nel campo dell’assistenza, e può fare molto sul
terreno del tessuto dell'informazione, formazione, forse un po’ meno nel campo
della mobilità.
Poi abbiamo dei rappresentanti di un altro genere di
protagonisti. Le associazioni di datori di lavoro, la CNA che rappresenta gli
artigiani, rappresentata da Antonio Pastore. Anche i datori di lavoro hanno
delle responsabilità sui 3 punti.
Poi abbiamo Felice Romeo in rappresentanza della
cooperativa sociale, un datore di lavoro un po’ particolare e particolarmente
qualificato per i fini che a noi interessano, e per l’ANCI Lombardia interverrà
Giuseppe Torchio, anche lui rappresenta una parte importante dei potenziali
datori di lavoro ed infine Carlo Stelluti che rappresenta qui il potere
legislativo.
Risposta: Cercherò di rispettare il tempo a mia
disposizione che è assai poca, poiché le questioni sono difficili. L’incontro
di oggi, fortunatamente, si verifica dopo l'approvazione di due importanti
provvedimenti: la legge Smuraglia approvata all’unanimità dal Senato e dalla
Camera per colmare un’evidente stortura delle leggi che non consideravano il
detenuto una categoria svantaggiata, -prevede soprattutto la possibilità di
misure che dovrebbero facilitare le imprese, le cooperative e il lavoro per i
detenuti. L’altra grande riforma, approvata dal Governo e dal Ministero della
Giustizia è il regolamento di esecuzione delle pene, che si pone il grande
obiettivo di cambiare la qualità della vita quotidiana. Come io ho detto con
una battuta, “i regolamenti sono il trionfo dell’ottusità”, tanto è vero che
quando si vuole fare uno sciopero si minaccia l’applicazione fiscale del
regolamento.
Riferendoci ai detenuti, ciò significa aumentarne
l’afflizione e la difficile condizione in cui si trovano. Noi abbiamo cercato
di scrivere un regolamento intelligente per quanto è possibile, quindi se
venisse applicato alla lettera dovrebbe solo provocare un miglioramento delle
condizioni di vita carcerarie. Questi due strumenti vengono a conclusione di un
progetto di riforma importante sul carcere, che riguarda da un lato la salute e
la sanità, e dall’altro il riordino del dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria, che è una struttura pachidermica e con grosse capacità ad
affrontare i problemi che pone il “nuovo” carcere con la nuova composizione di
detenuti. Nuove figure e nuove responsabilità per quanto riguarda la formazione
all’interno del carcere. Io penso e propongo di trovare anche esternamente
all'Amministrazione così come è oggi costruita, una figura che sappia
affrontare i problemi del lavoro in tutti i suoi aspetti, produttivo,
sindacale, nei rapporti con le associazioni e gli enti locali; una figura con
delle caratteristiche manageriali che oggi l’Amministrazione non ha e non
conosce. Questo credo ci potrebbe aiutare ad affrontare questi temi che
rischiano altrimenti di fare la fine tipica italiana, e cioè di fare delle
buone leggi ma che spesso poi non si traducono in fatti.
Domanda: il mondo si divide in due categorie, un mondo in cui
si devono raggiungere degli obiettivi, e un mondo in cui si devono rispettare
delle categorie. Il governo è disposto per quanto riguarda il mondo carcerario
a non giudicare dalle procedure?
Risposta: io spero che per questo lavoro, mi offriate
qualche bravo candidato; inoltre poiché le condizioni di lavoro dopo questa
riforma non sono poi così pessime come lo erano quelle della Pubblica
Amministrazione, qualcuno bravo si può trovare.
Resta il fatto
che dobbiamo fare i conti con una condizione comunque particolare, in quanto si
tratta non di lavoratori disoccupati, ma di detenuti, quindi bisogna
considerare la loro “risorsa tempo”, che non è destinata solo al lavoro, ma
sicuramente allo studio, al rapporto con i magistrati, agli avvocati e
familiari, al rapporto con l’èquipe degli assistenti sociali. Poi c’è il rapporto
con la Magistratura di Sorveglianza, e i dati sono impressionanti; in tutta
Italia abbiamo solo 223 detenuti al lavoro esterno con l’articolo 21. Voi
capite che questo è il punto su cui tutto crolla, perché i 10.000 detenuti
occupati lo sono nei lavori domestici, cioè per i lavori di mantenimento
dell’istituto.
Il problema riguarda anche la qualità dei detenuti: metà
di loro sono condannati per la violazione della legge sulla droga, i 2/3 sono
tossicodipendenti. Il problema del rapporto tra il tossicodipendente ed il
lavoro è un problema tutto da esplorare, e ci fa capire come il carcere debba
essere considerato da tutti un grande laboratorio di sperimentazione sociale,
in grado di portare nella società persone forse per la prima volta inserite nel
mondo del lavoro; perciò non dobbiamo parlare di reinserimento, ma di
inserimento vero e proprio.
PAOLO
DEL DEBBIO, ASSESSORE SICUREZZA URBANA E PERIFERIE COMUNE DI MILANO:
Il Comune innanzi tutto rappresenta nei confronti dei
detenuti che sono interessati al lavoro una importante domanda di lavoro ed è
interessante per 2 motivi. Primo perché è una domanda di lavoro che
programmabile, cioè non è una domanda di lavoro che va più veloce del mercato
(che è più veloce della Pubblica Amministrazione): si può programmare nel
tempo, si può prevedere prima dello scadere della pena oppure si può prevedere
il momento che il detenuto può usufruire di determinati incontri e condizioni
per poter lavorare, quindi è una domanda interessante da questo punto di vista
perché ha le stesse caratteristiche della domanda mercantile, ma ha tempi e
situazioni programmabili, e può essere legata non a situazioni di lavoro
periferico, non a lavoretti, perché questi collocano il detenuto in una fascia
diciamo così immaginaria che è quella della beneficenza o del lavoretto tanto
per fare qualcosa, ma è su lavori che rappresentino azioni positive ed
importanti per la città. Io su questo punto sono disposto nell’ambito del
lavoro sulle periferie che sto facendo, siccome ho molto bisogno in varie zone
e in varie situazioni sul recupero delle periferie, di decidere entro ottobre,
azioni con l’Agenzia programmabili per 2-3 anni perché è possibile fare
stanziamenti con la Regione che vadano avanti un pò di tempo. Non so se sarà
tutto attraverso il Patto per il lavoro, non mi importa neanche, può essere
anche attraverso altri strumenti non passando dal Patto, che può favorire, ma
non è indispensabile.
Secondo punto, il Comune ha già attuato un interessante
esperimento che è quello dell’accompagnamento dei detenuti che sono alla fine
del loro percorso interno al carcere. Significa in sostanza che bisogna aiutare
i detenuti a stare dentro alla società e per fare questo vanno accompagnati. Io
do la disponibilità ad integrare l’esperienza che già stiamo facendo che ha
riguardato 100 detenuti, e che può riguardarne molti di più, su questo io sono
disponibile, certo, non mi metto a farlo io, perché sarebbe sbagliato da tutti
i punti di vista, c’è chi sa farlo meglio e sono disposto a collaborare dal
punto di vista finanziario e dal punto di vista del mettere in piedi la cosa e
del programmarla, non mi metto come Comune a gestire l’accompagnamento perché
c’è chi lo fa meglio.
Ultimo punto, c’è una questione di clima, e qui
l’amministrazione comunale può fare molto nel senso che può favorire un clima
invece che un altro. La mia battaglia per un clima favorevole ed
un’accettazione positiva di queste azioni la sto facendo, e da buona tradizione
personalista io rispondo per me stesso, quindi da questo punto di vista la mia
azione la sto facendo.
A COSMA
GRAVINA, ASSESSORE SETTORE ECONOMIA E LAVORO PROVINCIA DI MILANO:
Domanda: quali sono i programmi e impegni della Provincia
su questo terreno?
Risposta: vorrei fare una premessa di cui mi sto sempre più
rendendo conto da circa un anno a questa parte, da quando ho assunto
l’incarico. Evidentemente su questa tematica mi sto facendo una cultura, perché
è un problema difficile, pieno di cavilli, lacci e lacciuoli.
Ma la prima cosa, che deve entrare nella mente di tutti,
è che dobbiamo realmente passare da una politica dell’assistenzialismo ad una
politica della solidarietà reale. Se non riusciamo a fare questo salto di
qualità, pensando che il detenuto è una persona che potenzialmente uscirà dalla
detenzione e quindi dovrà essere autosufficiente, il detenuto sarà sempre un
costo per la società, ed è questo il dato fondamentale di partenza. Non vorrei
ci fosse qualcuno che predilige ancora la politica dell’assistenzialismo per
tenere la persona col cappio al collo anche quando esce, piuttosto che renderlo
fino in fondo libero e autosufficiente e quindi di non essere neanche più un
costo per la società. Credo che Del Debbio abbia introdotto bene la questione:
prima di preoccuparci di trovare lavoro dentro le aziende dobbiamo preoccuparci
di fare noi qualcosa entro certi limiti, e noi come Amministrazione provinciale
abbiamo già iniziato una convenzione con una cooperativa sociale che occupa
anche detenuti, proprio perché ci siamo trovati di fronte ad una contingenza,
che era quella di dover leggere e digitalizzare i 7000 prospetti informativi
che ci sono arrivati nell’ambito del nostro progetto di collocamento mirato di
disabili in azienda Questa è stata un’opportunità che si è creata e che subito
abbiamo messo in pratica. E dico un’altra cosa interessante: proprio da questi
dati che abbiamo visto in queste settimane, si potrebbe prevedere ove non si
individuassero immediate soluzioni utili all’occupazione dei disabili stessi,
di coinvolgere e sensibilizzare le imprese per l’inserimento dei detenuti.
Purtroppo molte volte non riusciamo a far coincidere le richieste delle aziende
con le prestazioni dei disabili, quindi questa potrebbe essere un’altra
occasione che si può verificare.
Il problema che si è verificato finora è quello della
legge 469/97 che a norma dell’articolo 10 autorizza solo alcune società oltre
la Provincia, a fare l’incontro tra domanda e offerta. Su questo credo sia
indispensabile al più presto trovare un tavolo di lavoro con il Ministero di Grazia
e Giustizia e quindi con la direzione delle Case Circondariali, con la Regione
Lombardia e gli Enti Locali perché dobbiamo riuscire a trovare insieme un
modello che possa essere informativo, ed in cui trovino posto anche le agenzie
del privato sociale No-profit.
Il punto è definire i soggetti che fanno incontrare
domanda e offerta di lavoro, a mio avviso è importante che questo tavolo sia a
livello regionale assieme alle Province, dobbiamo darci una modalità operativa
che non valga solo per la provincia di Milano, ma deve valere per tutte le
altre 11 Province Lombarde, perché temi come questi toccano tutte le Province.
ANTONIO
PASTORE, PRESIDENTE CNA MILANO IN RAPPRESENTANZA DELLE AZIENDE MINORI:
Domanda: che cosa gli artigiani intendono fare in concreto
sul terreno dei fatti?
Risposta: mi sento un po’ solo in questo tavolo stante
l’assenza dell’amico Massimo Sordi di Assolombarda che si è limitata a dare a
disposizione la sala, perché se è pur vero che l’impresa minore, che io
indegnamente rappresento a questo tavolo, a Milano rappresenta il 92% con meno
di 10 addetti, sicuramente l’impegno sociale dell’impresa deve essere
collettivo e la grossa impresa gioca un ruolo importante. Non vorrei che questo
fosse un sintomo di un atteggiamento di rimozione inconscia rispetto al
problema, perché volevo fare un passaggio rispetto a una citazione fatta prima
da don Colmegna quando parlava del carcere di bollate, che in realtà è un
carcere di Milano perché Bollate le dà solo 18.000 m2. Dico questo perché 15
anni fa, giovane Assessore all’urbanistica, mi occupai della variante di piano
regolatore e incontrai allora 2 ministri della giustizia, 2 presidenti della
Provincia e 2 Sindaci di Milano, rispetto a questo progetto. Ebbene il carcere
è stato costruito, non è ancora utilizzato, quindi è un progetto vecchio di 15
anni, è in campagna, e raggiungibile attraverso sentieri in quanto la Provincia
non ha fatto le strade e il Comune si è ben guardato dal collegare la strada di
Monza. Dico questo perché l’impiegabilità dell’impresa (piccola e non piccola)
è data dall’utilità, non è pensabile che un progetto possa funzionare se non
c’è utilità per i soggetti, e allora questo progetto deve, se vuole essere
credibile, se vuole essere sostenuto, passare attraverso fasi diverse: in primo
luogo, ascoltavo i dati ed è per la prima volta che mi occupo di questo, ma mi
è comunque chiaro che se il lavoro esterno è solo di 240 addetti rispetto alla
totalità siamo di fronte al nulla, quindi siamo di fronte a qualcosa da costruire.
Il passaggio deve andare per gradi, allora immaginiamo il processo produttivo
singolo che l’avvento della componentistica ha reso possibile, cosa che era
impensabile 10-15 anni fa all’interno di strutture carcerarie, per poi pensare
alla costituzione di cooperative che siano di servizio all’impresa rispetto a
singole operazione, perché l’impresa ha bisogno di competenza, che si
acquisisce con formazione ma anche con esperienza. Attraverso questo circolo
virtuoso della cooperativa che si collega all’impresa nascono le opportunità di
lavoro. Noi abbiamo esperienza con le cooperative sociali per l’impegno di
giovani, dove il più delle volte il giovane che viene utilizzato presso
un’impresa viene richiesto con continuità e poi il suo destino è quello di finire
in questa impresa con un lavoro stabile, quindi c’è un grande processo da fare
su cui tutti devono giocare la propria partita, l’impresa che con molta
chiarezza e onestà deve considerare se è utile all’impresa, perché l’impresa ha
come finalità il profitto, il profitto permette all’impresa di crescere e
permette di organizzarsi e strutturarsi e competere sul mercato che è diventato
sempre più globalizzato e più difficile, non è più pensabile anche per le
piccole imprese andare a fare le scarpe o altre cosa che vengono a costare un
dollaro e mezzo e vengono fatte in posti lontani 20.000 Km e il cui posto di
raggiungimento dei nostri mercati è molto inferiore ai costi di produzione
attuale, quindi bisogna svilupparsi, bisogna formare, bisogna fare esperienza e
pensare comunque ad un percorso virtuoso su cui ciascuno gioca le sue parti. E
qui mi vengono in mente le strade di campagna per raggiungere il carcere.
FELICE
ROMEO, RAPPRESENTANTE COOPERATIVE SOCIALI:
Premesso che noi non prometteremo niente in quanto già
facciamo troppo, e vorremmo che altri facessero quello che facciamo noi con le
cooperative sociali di tipo B per l’integrazione lavorativa, da un certo punto
di vista possiamo lamentare una assenza dei magistrati di sorveglianza, poiché
noi facciamo fatica a fare uscire le persone quando abbiamo del lavoro da
offrire, nel senso che ci impiegano tanto, e ogni magistrato di sorveglianza
decide indipendentemente da qualsiasi parametro logico, per esempio adesso
abbiamo un ragazzo che non riusciamo a fare uscire perché la cooperativa riesce
solamente a offrirgli 2 giorni di lavoro alla settimana, per cui i discorsi che
facevano i relatori precedenti rispetto all’applicazione della coordinata
continuata, rispetto all’applicazione del part-time e dell’interinale con il
mondo carcerario in questo momento è assolutamente impossibile perché noi
dobbiamo riuscire a garantire almeno 5 giorni alla settimana continuativi di
lavoro se no le persone da dentro non vengono fuori: questo è uno dei problemi
fondamentali.
Altro problema che abbiamo come cooperazione sociale è
che non riusciamo ancora a far capire ai Comuni come dopo ormai 9 anni il
fatidico articolo 5 della legge 381 (quello che consentirebbe di fare
convenzioni dirette con le Amministrazioni comunali, per un importo massimo di
200.000 ecu che vuol dire 387.000.000) deve essere applicato per facilitare
l’inserimento lavorativo.
PAOLO
DEL DEBBIO:
Io dico di sì,
perché per quanto riguarda la legge Bindi sulla sanità, questa competenza è
riservata per analoga cifra ai direttori generali delle ASL, ma intervenendo
per altri aspetti la Merloni, noi siamo incastrati a questo punto, dobbiamo
chiedere una omogeneità legislativa anche a livello di impostazione, di
regolamento ministeriale. Noi vogliamo fare questa operazione, e che si possa
estendere a tutto il campo operativo del sociale, degli appalti dei lavori
pubblici, ma il nostro problema è quello di regolare da una parte i magistrati
di sorveglianza che devono agire in maniera omogenea la domanda, dall’altra
garantire un plafon di offerte che passa attraverso un passaggio culturale.
Devo dire al
Segretario comunale che, di fatto, con la Bassanini è il padrone del vapore,
che vi è un consenso politico, un’adesione a questa impostazione, poi a livello
procedurale, all’interno della macchina comunale deve essere lui a garantire
tutti i passaggi tecnico-operativi, perché diversamente avviene come nella
grande distribuzione: se non c’è una costanza di domanda e di offerta si altera
quella che è una condizione del mercato. Allora io chiedo ora se ci danno
questa sala, noi coinvolgiamo i 1540 comuni della Lombardia, insieme ai
soggetti che sono ora presenti, per fare una azione elementare di formazione
propedeutica, perché noi abbiamo sottoscritto con Don Colmegna e con l’Agenzia
il Protocollo d’intesa, ma lo dobbiamo rendere vivo, operativo come fatto
culturale all’interno delle Amministrazione che vivono spesso in una chiusura.
FELICE
ROMEO:
Per concludere,
all’inizio erano state proposte 3 tematiche: l’informazione, la formazione e la
mobilità. Per quando riguarda l’informazione direi che il movimento cooperativo
in generale di tipo B rispetto all’integrazione lavorativa ha fatto tanta
strada in questi anni e continua a farla, cercando di far passare la cultura
del diverso. Per quanto riguarda la formazione, dobbiamo dire che i corsi in
carcere non sono mai abbastanza ma dobbiamo stare attenti a formare per poi non
riuscire ad avviare al lavoro (è molto peggio generare aspettative di impiego);
per quanto riguarda la mobilità, il lavoro interno alle carceri vista anche la
struttura architettonica a volte è praticamente impossibile. Vedo i laboratori
a San Vittore che sono ricavati addirittura dentro i bagni in fondo a un lungo
corridoio, mentre forse Bollate avrà previsto degli spazi dove si possa
lavorare. Il problema dunque è anche questo, eventualmente l’applicazione del
nuovo regolamento, rispetto a cose anche più umane e nella parte della
carcerazione dovrà fare i conti anche con una struttura architettonica vecchia.
Bisogna dire a Corleone, che il direttore i 10.000 posti li può creare se in
qualche modo si danno parametri certi per fare mobilità dall’interno delle
carceri all’esterno ai detenuti che hanno la possibilità di lavorare.
GIUSEPPE
TORCHIO, PRESIDENTE ANCI LOMBARDIA:
Io ho una grande preoccupazione, e domani andrò da
Bargone (collega di Corleone), del Ministero dei lavori pubblici, perché mentre
da un lato abbiamo questa liberalizzazione della norma Europea degli appalti
inferiori ai 394.000.000 per quanto riguarda questo discorso del sociale,
dall’altra abbiamo il regolamento della Merloni che è appena stato scritto e
che non è conforme a quanto la mano destra ha fatto. Cioè la sinistra la
ignora. Io sono convinto che molta parte dei discorsi che ha fatto Romeo prima,
si possa gestire attraverso questo sistema della grande flessibilità da
garantire, e non che sia consentito ai direttori generali delle ASL i quali non
hanno un mandato elettivo diretto, quello che viene impedito invece agli amministratori
locali. Detto questo, per quanto riguarda la partita che stiamo discutendo,
abbiamo risolto ¾ delle questioni. Voglio dire che è possibile adattare ai 1540
comuni della Lombardia una iniziativa consona, purtroppo io ritengo che bisogna
togliere questa grande fregola di ridurre il numero delle stazioni appaltanti
da un lato, di ridurre il numero delle imprese dall’altra, e di considerare che
se c’è uno sforzo di Milano (e io ringrazio Del Debbio per la sua
disponibilità), noi dobbiamo lavorare perché questo meccanismo si estenda a
tutta la periferia e alle 11 Province della Lombardia, con un coordinamento
positivo delle Province attraverso l’Unione Regionale, io sono convinto in
tempi molto veloci e molto brevi e operativi, con una iniziativa di divulgazione
di carattere culturale, e insieme agli operatori economici coinvolti assieme
agli enti locali, se vi è questa disponibilità, noi siamo presente.
Però c’è un
problema generale che è quello della cultura dell’accoglienza, io vorrei
evitare che si facesse un parallelismo tra proposte di legge contro un certo
indirizzo e spirito dei milanesi e dei lombardi, perché è vero che c’è la
tendenza in una certa direzione, ma io faccio appello a quello che già ho
sentito oggi, che è una tradizione forte, umanitaria indipendentemente da come
si vota per le amministrative, che dai tempi “Dei delitti e delle pene” in
avanti caratterizza questo mondo in direzione del prossimo e del recupero e non
della pena fine a se stessa, dunque se questo è lo spirito vero su cui su cui
noi dobbiamo fare leva al di là di quello che sono i risultati di recenti
vicende, c’è un filo di solidarietà che lega anche questo mondo che non è solo
legato ad iniziative leghiste di chiusura ma è anche in una prospettiva di
sviluppo, e allora se questo è il discorso, è molto importante lavorare
sull’aspetto culturale oltre che su quello materiale, cioè questo percorso io
ritengo che debba guidarci evidentemente mettendo insieme anche chi rappresenta
lo Stato, perché le Regioni rivendicano tante cose, ma probabilmente il
discorso dei carcerati non lo rivendicano, quindi a questo punto la partita è
tra noi e lo Stato, senza che ne esista un federalismo regionale che voglia
rivendicare a se questo grosso problema, quindi la partita nell’ambito della disponibilità
che qui diamo, la vogliamo giocare fino in fondo mettendo a disposizione tutto
il lavoro di natura volontaria e culturale che un’associazione dei Comuni può
fare.
A CARLO
STELLUTI, PARLAMENTARE, COMMISSIONE CAMERA DEI DEPUTATI.
Domanda: lei è stato relatore e grande promotore di una
legge importante che è entrata in vigore molto di recente, legge sulla
promozione dell’inserimento lavorativo delle categorie protette, e compaiono
all’articolo 7 anche i detenuti disabili. Il fatto di essere detenuto o ex
detenuto non costituisce già una menomazione, che da sola e senza il bisogno di
un’ulteriore menomazione fisica avrebbe meritato attenzione da parte del
legislatore?
Perché
le stesse convenzioni per i portatori dell’handicap fisico non sono state
attivate anche per la promozione del lavoro dei detenuti, che comunque si deve
riconoscere che hanno delle difficoltà in più, che costituiscono quasi un
handicap nell’accedere al tessuto produttivo. Dunque perché gli strumenti che
si utilizzano per neutralizzare un handicap fisico, non si utilizzano per
neutralizzare un handicap sociale?
Risposta: Quando si esaminò un emendamento che venne
presentato e prevedeva l’allargamento ai detenuti di tutta la legge 68, si è
fatta una valutazione soprattutto di carattere tecnico, e si riteneva
necessario per quanto riguarda i detenuti, prevedere dei percorsi più
specifici, più adeguati, proprio per le specificità che esistono in questa
situazione, dentro la legge è stato fatto semplicemente un accenno nel senso
che non viene considerata la categoria dei detenuti come una delle categorie
soggette alla 68 perché a quel punto il detenuto avrebbe dovuto essere inserito
attraverso tutte quelle procedure che sono previste dalla legge. Per cui, da
questo punto di vista si è ritenuto che la normativa della 68 non fosse
adeguata a rispondere alle esigenze di un inserimento lavorativo dei detenuti.
La legge 68 infatti parla di handicap fisico, psichico e sensoriale, non di
disagio sociale, anche perché comporta modalità di accertamento totalmente
diverse. Per il disagio sociale, calcolare per esempio la difficoltà di
inserimento di un alcolista o di un tossicodipendente comporta un inserimento
con difficoltà e specificità che non necessariamente sono quelle previste dalla
legge 68. Vorrei aggiungere che la legge Smuraglia prevede sostanzialmente un
intervento che tende a facilitare l’ingresso nella società lavorativa
attraverso gli sgravi contributivi che qui sono contenuti, il secondo riguarda
l’utilizzo dello strumento della convenzione, nella legge che è stata approvata
per quanto riguarda i detenuti , in cui viene previsto l’utilizzo della
convenzione che deve essere stipulata da parte della Amministrazione
Penitenziaria in concerto con le imprese per individuare dei percorsi specifici
e personalizzati di inserimento in modo tale da superare quegli handicap e
quelle difficoltà che ci sono.
Voglio sottolineare l’intendimento del legislatore per
quanto riguarda la legge 8 e la recente Smuraglia, in sostanza dobbiamo
riconoscere il contesto culturale nel quale stiamo operando oggi, che tende
sostanzialmente a marginalizzare i soggetti deboli dal mercato del lavoro, ora
la legislazione interviene perché sostiene che da solo il libero mercato non
possa risolvere i problemi sociali, quindi interviene cercando si rimuovere
questa situazione. I filoni sui quali interviene riguardano il creare le
condizioni perché i soggetti deboli possano superare per quanto possibile la
loro condizione di inferiorità, quindi mettendo a disposizione strumenti di
preparazione e formazione professionale e anche di protesi per permettergli di
svolgere una attività lavorativa, in secondo luogo un canale importante è
quello di intrattenere un rapporto con le imprese, non chiedendogli di svolgere
una funzione di tipo assistenziale, ma chiedendo di mettersi a disposizione per
risolvere un problema sociale, perché la risoluzione del problema sociale
attraverso l’inserimento lavorativo elimina per quanto possibile l’intervento
di carattere assistenziale e diventa una variabile dell’economia che può essere
apprezzata dalle stesse imprese. Proprio per queste ragioni si interviene con
sgravi contributivi, chiedendo alle imprese di rendersi disponibili a risolvere
un problema sociale attraverso uno sgravio di contributi che viene dato anche
perché si ritiene che attraverso la mano pubblica e lo Stato si possa superare
quel Gap del lavoratore disabile o detenuto alla ricerca di un attività
lavorativa. L’impianto concettuale è dunque sostanzialmente questo. La legge 68
per quanto riguarda i disabili sia molto più articolata per quanto riguarda le
procedure di inserimento, ma anche la legge Smuraglia si può inserire in questo
filone di pensiero che prevede che le persone abbiano delle potenzialità
lavorative che devono essere messe a frutto, si tratta di intervenire perché
queste possibilità vengano completamente espresse.
COSMA
GRAVINA:
Io credo che il problema non sia solo che il libero
mercato non risponde, ma che c’era una rigidità e un approccio non realistico
al problema. Penso a titolo di esempio all’inserimento dei disabili: con
l’inserimento obbligatorio succedeva che c’erano le sanatorie o le ammende, e
non riuscivamo mai ad inserirli. Invece con le convenzioni e le quote del 12%
annuali si riesce probabilmente a rispondere meglio.
C’è una cosa però, e mi ricollego a quanto diceva Romeo.
Se gli sgravi fiscali devono essere concessi ad imprese che assumono i detenuti
per un periodo non inferiore ai 30 giorni, questi 30 giorni sono continuativi o
nell’arco di un anno? Perché altrimenti non è più una rigidità del magistrato
di sorveglianza, ma diventa una rigidità all’interno della legge, e bisogna
allora fare un passo successivo per adattarsi al mondo del lavoro.
FRANCO
CORLEONE:
Proprio sul fatto delle nostre normative contraddittorie,
volevo dire che la Smuraglia ha modificato la legge sulla disciplina delle
cooperative sociali perché all’interno di quella legge erano previste come
persone svantaggiate i condannati ammessi alle misure alternative, ma non i
detenuti in carcere.
La modifica che è
stata fatta è sostanziale, anche se qualche coordinamento col resto della
legislazione bisognerebbe farlo, perché questa stessa legge prevede come
persone svantaggiate, assieme agli alcolisti, ai detenuti, ai tossicodipendenti
gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, cioè quelli che sono nell’altra
legge sono anche in questa. Invece per quanto riguarda il problema degli sgravi
fiscali, adesso è esteso anche ai detenuti, cioè il lavoro può entrare in
carcere, non riguarda solo i detenuti che escono, sappiamo che vi sono molte
difficoltà per ottenere i benefici, ma qui è il lavoro che deve entrare in
carcere, e c’è la possibilità degli sgravi anche per le imprese che portano
lavoro nel carcere.
Questa mi sembra la novità importante.
CARLO
STELLUTI:
Volevo specificare l’asse portante che già Corleone ha
rilevato.
La legge interviene su una legislazione già esistente che
disciplina le cooperative sociali, dove le cooperative sociali svolgevano una
funzione per quanto riguarda tutte le aree del disagio, facendo riferimento
anche ai detenuti. In questo caso vi è un campo di applicazione per quanto
riguarda l’intervento delle cooperative sociali anche a tutta l’area della
detenzione. Dunque intervengono a pieno titolo anche per quanto riguarda il
carcere. Inoltre vengono coinvolte giustamente le imprese private, ma anche le
imprese pubbliche, in sostanza tutti coloro che hanno la possibilità di offrire
occasioni di lavoro per contribuire alla risoluzione di questo problema
sociale, sono messe sullo stesso piano. Quindi i soggetti sono tre. Le coop
sociali, le imprese pubbliche e le imprese private. A questo punto scatta il
meccanismo dello sgravio contributivo che viene dato a tutti e 3 i soggetti,
inoltre è previsto anche lo strumento della convenzione.
La legge 68 ha demandato alle Regioni e alle Province
tutte le modalità applicative, anche per quanto riguarda l’incontro tra domanda
e offerta, utilizzando tutti gli strumenti del territorio.
La legge Smuraglia non prevede le modalità con cui devono
essere fatte le convenzioni né i soggetti, ma nulla vieta che la Regione possa
prevedere che al fine di poter raggiungere l’incontro tra domanda e offerta di
lavoro, l’Amministrazione Penitenziaria possa avvalersi dell’appoggio di centri
di inserimento lavorativo. Questo passaggio di carattere tecnico non è vietato
dalla norma , penso anche che si possa fare, tenendo conto anche della
delicatezza dell’inserimento del detenuto che comporta un giudizio preventivo.
Riguardo ai 30 giorni lavorativi consecutivi o meno è un
po’ da interpretare, immagino che vi è un impegno a totalizzare i 30 giorni che
stia dentro nella norma.
CHIUSURA
DEI LAVORI E RINGRAZIAMENTI A CURA DEL PROF. ICHINO.