LAVORARE VALE LA PENA

 

MISURE ALTERNATIVE AL CARCERE E LAVORO DEI DETENUTI:

PROPOSTE E PERCORSI

 

 

 

19 GIUGNO 2000

DALLE ORE 15.00 ALLE 18.00

 

 

Convegno organizzato dall'Agenzia di Solidarietà per il Lavoro, con la collaborazione della Provincia di Milano,

presso Auditorium di Assolombarda, via Pantano, 9 – Milano

 


Sono intervenuti:

 

 

Alessandra Bassan         Vice Presidente Agenzia di Solidarietà per il Lavoro

Cosma Gravina               Assessore Settore Economia e Lavoro Provincia di Milano

Don Virginio Colmegna    Presidente Agenzia di Solidarietà per il Lavoro

Francesco Maisto           Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d'Appello

Monica Vitali                  Giudice del Lavoro

Licia Rita Roselli            Direttrice Agenzia di Solidarietà per il Lavoro

Franco Scarpelli             Docente Diritto del Lavoro, Università dell'Insubria, Como

Pietro Ichino                  Docente Diritto del Lavoro, Università Stat. degli Studi, Milano

Franco Corleone             Sottosegretario Ministero della Giustizia

Paolo Del Debbio            Assessore Sicurezza Urbana e Periferie, Comune di Milano

Antonio Pastore             Presidente CNA Milano

Felice Romeo                  Rappresentante Cooperative Sociali

Giuseppe Torchio            Presidente ANCI Lombardia

Carlo Stelluti                 Parlamentare, Commissione Lavoro Camera dei Deputati

 

 

 

 

 

 

 

 

 

APERTURA DEI LAVORI A CURA DI ALESSANDRA BASSAN

 

 

COSMA GRAVINA, ASSESSORE SETTORE ECONOMIA E LAVORO PROVINCIA DI MILANO:

 

Mi corre l’obbligo prima di cominciare i lavori, di ringraziare Don Colmegna e l’Agenzia di Solidarietà a cui si deve l’organizzazione di questo importante momento di riflessione su tematiche che non solo condividiamo ma pratichiamo nella quotidianità, con iniziative che sollecitano il mondo del lavoro e le istituzioni ad attuare progetti di inserimento lavorativo per persone sottoposte a misure alternative al carcere e lavoro ai detenuti.

Il tema del reinserimento di chi per 1000 motivi si trova oggi a vivere l’esperienza del carcere è certamente ricco e interessante, soprattutto per chi ha a cuore il rispetto e la dignità della persona umana, la persona nella sua interezza implicata in questo cammino, e dunque il lavoro come prioritaria fonte di certezza per l’uomo riveste un ruolo centrale per il recupero della dimensione civile della convivenza e della capacità di condivisione del bisogno altrui. Penso dunque al lavoro come all’espressione creatrice del destino dell’uomo nel mondo, ma anche al suo fondarsi nel bene per la persona che partecipa ad un bene più grande, comune a tutti gli uomini: il lavoro rappresenta una delle principali espressioni della persona umana nel suo rapporto quotidiano con la realtà, un’espressione che prima di tutto si concretizza alla risposta ai bisogni che continuamente vengono alla luce. Come si risponde alla sfida che abbiamo di fronte nel delicato problema del carcerato nella società, e in particolare all’interno del mondo del lavoro?

Credo che il compito della Provincia, ed in particolare dell’Assessorato che rappresento, sia semplicemente quello di riconoscere le realtà che sono più vicine alla risposta dei bisogni; riconoscere quindi e coordinare per rendere più agevole il cammino di tutti quei soggetti del no-profit e dei corpi intermedi che meglio di chiunque altro sono in grado di rispondere ai bisogni dell’uomo. Oggi, grazie alla titolarità della gestione in materia la Provincia può incidere operativamente sulla politica dell’occupazione delle fasce deboli del mercato del lavoro e predisporre strumenti e risorse adeguate. Stiamo iniziando a dialogare con il ministero della giustizia, con le direzioni delle Case Circondariali e con la Regione Lombardia per concordare azioni integrate volte all’inserimento lavorativo dei detenuti ed è nostra intenzione realizzare nei prossimi mesi un tavolo istituzionale con i direttori degli Istituti ed il Provveditorato Regionale del Ministero, per dare immediata concretezza alle proposte che provengono da tutti i soggetti interessati al problema.

Convivenza e condivisione sono le due esperienze chiave per costruire un senso ultimo di responsabilità verso se stessi e verso gli altri, in questo senso la convivenza e la condivisione sul luogo di lavoro sono parte fondamentale della vita di ogni uomo. Non a caso la perdita di responsabilità che collettivamente sta segnando la nostra epoca, nasce dallo scadimento qualitativo dell’esperienza del lavoro, che rende complessivamente più complesso il nostro rapporto con la vita.

Ma il lavoro non può che essere sfida alla umanizzazione della realtà, sfida densa di significato. Credo che sia indispensabile che il reinserimento del detenuto passi per questa sfida di senso, assumendo un significato esistenzialmente più profondo e gratificante. In questo quadro generale avrà importanza centrale il ruolo della formazione professionale, vero e proprio cardine per la realizzazione delle politiche del lavoro. Naturalmente le istituzioni devono tenere conto di tutti i lati del problema, tutti i soggetti implicati, tenendo sempre presente una prospettiva culturale che superi una visione afflittiva della pena e si prodighi per realizzare un inserimento nel tessuto sociale e produttivo dei soggetti deboli. Le Agenzie che di questo si occupano hanno bisogno di una sponda istituzionale che non limiti l’azione, ma che al contrario renda più agevole il loro operato. Le aziende chiedono giustamente adeguate garanzie, sia sul piano della sicurezza che su quello della professionalità. Un quadro complesso quindi, un ventaglio di bisogni che si incrociano a quelli di chi, detenuto o ex carcerato ha bisogno di un aiuto per tentare la difficile strada dell’inserimento.

DON VIRGINIO COLMEGNA, PRESIDENTE AGENZIA DI SOLIDARIETA’ PER IL LAVORO

 

Questo convegno costituisce principalmente l’occasione per promuovere l’attività dell’Agenzia di Solidarietà per il Lavoro e per valorizzare il suo difficile e quotidiano impegno nel tenere in comunicazione istituti, imprese, realtà sociali e sistema penitenziario, su una tematica, quale quella del lavoro, che sempre più necessita di progettualità concreta e sempre meno di dichiarazioni ad effetto.

Tra i progetti che l’Agenzia ha ideato ed attuato e che oggi presenta vi è il Progetto Sportelli, promosso dalla Provincia di Milano in accordo con il PRAP e le direzioni degli istituti di Opera, San Vittore e Monza.

L’altra iniziativa di cui l’Agenzia si è fatta promotrice è la pubblicazione di un libro di Monica Vitali sulla legislazione relativa al lavoro penitenziario.

 

Riteniamo che le iniziative volte a favorire l’inserimento lavorativo di detenuti ed ex detenuti nella società produttiva creino i presupposti per poter dare nuovo impulso alle misure alternative alla detenzione, mentre al contempo la tensione di fondo rimane quella di guardare ad un sistema sanzionatorio in cui la pena detentiva sia assoluta, extrema ratio e non pena centrale del sistema stesso, come oggi è.

Sono iniziative importanti a fronte di un cammino ancora lungo e di grosse difficoltà nel trasmettere l’urgenza di affrontare con una concezione nuova ed innovativa il significato del rapporto tra carcere e società ed il raccordo tra mondo del lavoro e carcere.

In tal senso è fondamentale che il sistema di patti/alleanza che hanno dato vita all’Agenzia si rafforzi sempre di più e divenga un possibile modello esportabile anche a livello regionale e nazionale.

E’ altresì essenziale che il DAP si faccia promotore attivo del sistema di protocolli, che vede coinvolte tante realtà del mondo sindacale, produttivo e del cooperativismo, e che si sperimenti anche in grossi progetti d’impresa.

In questo contesto si devono sviluppare tutti gli strumenti che favoriscano il dialogo tra il sistema penitenziario e la Provincia, divenuta competente in materia di lavoro e formazione professionale, non relegando il tema carcerario solo all’emergenza.

Gli elementi di compatibilità sociale, che sono insiti nel tema lavoro, possono avere risvolti significativi in tema di sicurezza e vanno non solo dichiarati ma sostenuti.

L’Agenzia rilancia queste potenzialità e si propone come facilitatore culturale e come promotrice di sperimentazione.

In questa prospettive si collocano l’esperienza degli sportelli e della banca-dati, basata sulla valorizzazione della professionalità e sul costante monitoraggio delle opportunità. Per questo sollecitiamo la Magistratura competente a collaborare affinché il lavoro consenta un positivo utilizzo del tempo carcerario che sia fonte di possibile crescita e di uscita dalla marginalità. Solo a partire da ciò è possibile ipotizzare una riforma del sistema penale basata sulla decarcerizzazione e la diversificazione sanzionatoria, superando il paradosso di continuare a pensare a sistemi di repressione basati sulla pena carceraria, quando il carcere scoppia.

L’agenzia rappresenta quella parte di società che ritiene che il carcere sia una questione che ci interroga tutti e lo promuove come luogo di socializzazione attraverso la potenzialità emancipativa propria del lavoro. Per questo riteniamo che il dialogo tra il mondo della cooperazione e quello dell’impresa faciliti la connessione tra l’inserimento lavorativo dei detenuti nelle cooperative ed il successivo inserimento nelle imprese sulla base di protocolli precedentemente sottoscritti.

 

Siamo contenti di aver annunciato che la legge Smuraglia è stata approvata in Senato il 14 giugno; occorre ora attendere i decreti attuativi interministeriali.

Attraverso la concessione alle aziende di sgravi fiscali per le assunzioni dei detenuti, riteniamo che siano state create le condizioni perché commesse di lavoro pubblico e private siano orientate in parte significativa verso il mondo carcerario.

In questa ottica il sistema della formazione professionale, il rapporto stretto tra occasioni di lavoro e formazione, va programmato utilizzando canali già presenti, tra cui i fondi FSE. L’Agenzia si sta attivando in questa direzione, esplorando tutte le potenzialità legislative.

Il libro che verrà presentato oggi costituisce uno strumento significativo, di cui si auspica la diffusione, messo a disposizione degli operatori penitenziari, del mondo imprenditoriale, e delle varie istituzioni.

La visione fortemente sociale che caratterizza l’attività dell’Agenzia, centrata sul territorio, ha suggerito la firma di un protocollo con l’ANCI, pienamente in linea con il principio della territorializzazione della pena.

 

Vi è una concezione fortemente innovativa in questo, che può produrre sostanziali cambiamenti nell’ottica del sistema carcerario che spesso è vittima di visioni schizofreniche ed emotive. Mentre si chiedono pene alternative al carcere e l’umanizzazione delle stesse, al contempo si producono leggi in materia di prevenzione e sicurezza assolutamente carcerocentriche e non è stato finora potenziato l‘organico di educatori ed assistenti per il reinserimento. Questi ultimi ormai ridotti “al lumicino”, a fronte di compiti sempre più complessi, diventano senza volerlo testimonianza delle difficoltà che il sistema giustizia incontra nel centrare gli obiettivi che pure si è dato istituzionalmente.

Per questo è sempre più importante mettere a punto progetti che facciano da raccordo tra mondo del lavoro e carcere, per aumentare le opportunità di impiego per chi esce a fine pena o come alternativa alla pena carceraria, creando una rete di occasioni concrete.

L’impegno dell’Agenzia è rivolto primariamente ai suoi soci, che pur avendo sottoscritto il Patto Associativo, non sempre hanno piena consapevolezza dell’entità della sfida.

Il rischio altrimenti è quello di evidenziare delle contraddizioni e poi lasciarle irrisolte.

In primis la contraddizione del sistema carcerario che finisce per danneggiare i più deboli, ovvero i detenuti ed i nuclei famigliari più poveri, senza legami o risorse personali, e per favorire indirettamente il circuito del reclutamento criminale.

Alla luce di ciò intendo ribadire l’importanza di dare attuazione al protocollo d’intesa tra la Regione Lombardia ed il Ministero della Giustizia.

 

L’Agenzia si è data il compito ambizioso di fare da ponte tra il mondo imprenditoriale ed il carcere, esemplificando traiettorie ed individuando realtà dove sperimentare inserimenti lavorativi. Se il sistema delle realtà sociali ed imprenditoriali che hanno mobilitato l’Agenzia si rafforza e sviluppa il suo compito culturale e di informazione-formazione, il tema del lavoro e dell’imprenditorialità potrà incidere sul sistema carcerario e penale.

Riteniamo che sia importante riportare in primo piano il tema del lavoro anche in occasione dell’apertura del nuovo carcere di Bollate, a partire dalle esperienze già fatte e da quelle in atto, per coglierne limiti ed errori, commessi in altri contesti, e superarli.

L’Agenzia ha una organizzazione snella, finalizzata a sostenere la crescita dei soggetti che la costituiscono. Per questo è stata scelta la formula associativa.

 

L’incontro di oggi mi invoglia a spendere una parola in merito al dibattito in corso nel nostro paese sul tema del carcere e sui provvedimenti all’ordine del giorno in materia di umanizzazione del carcere e difesa della dignità e dei diritti del detenuto in quanto cittadino.

Al riguardo non possiamo tacere, dato che l’Agenzia è nata con idee e progettualità riferite al carcere ed ha detenuti tra i suoi soci. Saremmo inadatti al nostro compito se tacessimo, soprattutto in questo periodo. Non è certo compito dell’Agenzia esprimersi su scelte che toccano al Parlamento, ma vorremmo mettere a disposizione la nostra esperienza per dire che nessun provvedimento sarà efficace se si concretizzerà solo in un alleggerimento dei pesanti numeri che caratterizzano il sovraffollamento carcerario e non in un progetto di riforme strutturali orientate al recupero e al risarcimento sociale. Va detto che quanto attualmente è in discussione non è cancellazione di reati o inviti alla fuoriuscita, ma la creazione, a partire da un clima sociale e culturale favorevole, di opportunità di reinserimento per invertire l’attuale fisionomia del carcere contenitore o cloaca di disperazione.

E’ dunque fondamentale incidere sul clima sociale e culturale di una società che reagisce alla commissione di reati emotivamente, in modo non razionale, ritenendo il carcere adeguata vendetta rispetto al male arrecato.

Il nostro sistema carcerario è espressione di una società vendicativa, il cui sentimento di giustizia viene solo apparentemente appagato dal carcere, senza che siano date reali possibilità di prevenzione e risocializzazione.

Il nostro non è perdonismo fuori luogo ed inconsistente, né tantomeno volontà di affrontare o di sminuire la problematicità di situazioni obiettivamente esplosive, ma volontà di porre le premesse affinché la pena non venga identificata unicamente nel carcere ed esso diventi concretamente estrema ratio. In tale direzione sono stati formulati gli orientamenti della Commissione Grosso.

Il processo di umanizzazione del sistema carcerario e le misure alternative alla detenzione, che consentono al detenuto di esprimere attraverso il lavoro alla sua appartenenza alla società civile, ci possono condurre verso un ripensamento più complessivo del sistema penale.

In tal senso è necessario ribadire che la pena non deve essere solo sottrazione di libertà, ma deve diventare anche produzione di idee imprenditoriali e di progetti lavorativi. Solo in tal modo è possibile per il sistema giustizia declinare congiuntamente il tema della sicurezza e quello della risocializzazione. Non può, infatti, esserci sicurezza se non ci si fa carico del problema del reinserimento dei detenuti e il reinserimento, a sua volta, passa anche attraverso il recupero della dimensione lavorativa.

Ecco perché l’Agenzia, anche a nome dei detenuti che ne sono soci, sollecita ad utilizzare il dibattito di oggi per riaffermare che l’apertura al carcere del mondo del lavoro è una necessità per garantire sicurezza alla collettività.

 

FRANCESCO MAISTO, SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE PRESSO LA CORTE D’APPELLO DI MILANO:

 

Io credo di dover correre qualche rischio, dovuto alle esemplificazioni e alle distinzioni, che sono fatte per chiarire a me le idee più che a voi che già le avete chiare.

Più che sollecitare e stimolare la mia riflessione in questo momento, il libro, che indubbiamente dagli annunci dei quarti di copertina ha un suo rilievo e che lo avrà ancor più quando commenterà la normativa recentemente approvata dal Parlamento e dal Governo, credo che solleciti di più l’attualità di questa normativa.

 “Il lavoro vale la pena” è un titolo tanto ambiguo quanto volutamente provocatorio, un titolo ambiguo perché rischia di appiattire la penalità sulle garanzie del diritto al lavoro, e al contempo storicamente può non avere nessun significato, quindi il problema è andare a dare un significato a questo titolo.

Allora corro questo rischio e comincio dicendo che parto da un concetto molto bello che ho ritrovato nello scritto del dott. Rebuzzini di Novaspes, laddove preferisce parlare non di impresa ma di intraprendenza, e direi che l’intraprendenza quando è rivolta verso il mondo della criminalità può essere approfondita sotto due angoli di visuale. Il primo è quello dell'imprenditorialità pura, secondo l’etica e la rete dell'imprenditorialità, l’altro angolo di visuale è quello dell’azione di promozione della persona contestualizzando l’intraprendenza nell’ambito della società civile, sicché la finalità dell’intraprenditore (per non parlare di imprenditore) non sarebbe vista soltanto nell’ambito dell’interesse dell’imprenditore, ma anche della funzione o del modo in cui egli si colloca nel mondo della società civile in relazione al mondo della penalità, e comunque anche fatta questa distinzione che in qualche modo mi fa rischiare qualche consenso, devo segnalare che resta nonostante la distinzione una nota comune a tutti e due i tipi di intraprendenza, cioè il lavoro in entrambe le visuali non è puro accidente bensì è il momento centrale della persona umana sia libera che detenuta. Per poter avere un significato, è necessario che almeno si verifichino 2 presupposti: che il lavoro sia statisticamente significativo e che sia qualitativamente rilevante per la penalità. Nonostante apprezzabili sforzi ed esperienze significative che sono state fatte fino ad ora nell’innesto tra lavoro e penalità possiamo convenire, senza essere molto scettici e disincantati ma con grande obiettività, che certamente il lavoro non rappresenta ancora un momento o un aspetto significativo di innesto tra penalità e il lavoro. Mi viene da pensare alla proposta che celebrandone quasi l’apoteosi, aveva fatto il direttore generale dell’Amministrazione Penitenziaria quasi un mese fa, quando parlando della proposta approvata della legge Smuraglia diceva che avevano già messo in atto delle esperienze e citava quella del prestito d’onore, che non è da considerarsi propriamente un’attività lavorativa, ma è promessa di una aspettativa futura, quindi non è un fatto statisticamente significativo sul piano della concreta attività lavorativa, ne è qualitativamente rilevante l’innesto tra penalità e lavoro in relazione ai criteri di selettività per l’accesso graduale all’inserimento nella società delle persone libere. Non è cioè qualitativamente rilevante ai fini della concessione delle misure alternative alla carcerazione, che pure sono previste dall’attuale ordinamento penitenziario anche se teoricamente e normativamente allargate alla legge Simeone-Saraceni. Quindi questa è la situazione.

 Io direi che non andiamo molto lontano se diciamo che la situazione attuale pur se con qualche aggiornamento, è quella che viene rappresentata ancora nel volume della Dott.ssa Roselli e dall’aggiornamento che recentemente è stato fatto in una scheda molto ben attrezzata dalla Caritas Italiana in occasione del Giubileo sul problema penitenziario.

Il problema è che non è una situazione di lavoro statisticamente significativa, non è una situazione di lavoro qualitativamente rilevante ai fini dell’umanizzazione della penalità o dell’attenuazione della penalità.

I due motivi fondamentali sono ben noti, da una parte il primo motivo è che vi è un intreccio perverso tra penalità e lavoro, nonostante varie modifiche di legislazione primaria statale e nonostante alcuni sparuti interventi dell’autorità giudiziaria, nel senso che nonostante ci sia stato in qualche modo un accidentato percorso di liberazione e di laicizzazione del diritto del lavoro rispetto a una qualche sacralità della penalità, il diritto del lavoro non si è completamente sganciato per quanto concerne i detenuti ed ex dalla sacralità della penalità, che quindi lo tiene in qualche modo sotto una cappa. L’altro motivo è dato da una sorta di subordinazione, torsione del lavoro rispetto a quelle che sono presunte regole onnicomprensive, onnipotenti della sicurezza penitenziaria che pervade ogni zona del penitenziario, anche laddove non si pone il problema fondamentale della sicurezza.

Io posso indicare solo un esempio poco noto a livello nazionale, ma che è estremamente significativo. L’Amministrazione penitenziaria ha ancora nel demanio dello Stato le colonie agricole della Sardegna, prendiamo ad esempio Isarenas, che hanno una estensione di migliaia di ettari, eppure circa un anno e mezzo fa Federsodalitas aveva stipulato un Protocollo con l’Amministrazione penitenziaria al fine di assicurare attività lavorativa in agricoltura che avrebbe consentito di implementare attività lavorativa non particolarmente specializzata (agli extracomunitari, agli stranieri…), dove non c’era la necessità di pervasione della sicurezza. Ebbene, quel che si apprende ufficiosamente, è che quella convenzione è rimasta lettera morta, nel senso che ad Isarenas i detenuti continuano ad entrare ed uscire più o meno dalla sezione, così come possono fare a S. Vittore, dunque con molti limiti. Dunque c’è ancora una volta un problema di subordinazione del lavoro rispetto a problemi supposti o presunti della sicurezza.

A fronte di tutto ciò non si può tacere il fatto che restano i problemi del mercato del lavoro che valgono per tutti i cittadini, figuriamoci se non valgono per i detenuti.

Mi ha colpito un passo del volume delle Edizioni Lavoro, curato da Walter Passerini, che all’Art.1 riporta: “L’Italia è una repubblica fondata su…”, che tra l’altro si occupa anche in un paragrafo dell’Agenzia di Solidarietà per il Lavoro, e parlando del lavoro libero dice: “Il lavoro sarà un oggetto da afferrare in certe condizioni ed in certe occasioni, si cambierà lavoro, agenzia, azienda, probabilmente più volte nel corso della vita, ma tutto questo non va visto come condanna o come pena” e stiamo parlando di cittadini liberi. Tutte queste condizioni sommate portano molti ad affermare che il lavoro a queste condizioni diventa una pena, una condanna. Figuriamoci per chi è in carcere. Non possiamo nemmeno nascondere che nel corso di questi anni ci sono stati esempi significativi di intreccio tra penalità e attività lavorativa, penso ad esempio a Novaspes, alla Fondazione Carcere e Lavoro.

La sollecitazione del momento attuale è il peso che possono avere le 2 normative appena saranno pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale sull’assetto dato. La legge Smuraglia è nata a Milano, in una prima riunione alla Camera del Lavoro, quando era Direttore generale il Dott. Margara, ed era presente anche il sottosegretario Corleone ed il Senatore Smuraglia era allora invitato a farsi portatore di una istanza che già c’era nell’ambito dei Protocolli di Intesa tra Regione Lombardia e Ministero di Giustizia, legge che sicuramente rappresenta un passo in avanti, sicuramente è positiva, anche in relazione ai contenuti.

 Il punto fondamentale è la previsione che detenuti, detenuti ammessi alle misure alternative, all’art.21 al lavoro siano qualificate come persone svantaggiate da una parte, e dall’altra la previsione di sgravi per l’imprenditoria privata e per il mondo della cooperazione sociale nell’ambito di quote che verranno concertate con decreto dei ministeri interessati. Si può dire che è sicuramente un dato positivo che sblocca una serie di situazioni, quanto meno è prevedibile che ci saranno una serie di offerte di lavoro, ma sarà davvero un passo in avanti, o sarà solo un passo in avanti puramente teorico? Se noi guardiamo soltanto il lavoro intramurario è chiaro che le condizioni logistiche, di sovraffollamento di tutto il sistema penitenziario sicuramente verranno ad incidere sulla concreta possibilità di realizzazione delle offerte di lavoro, laddove non è possibile realizzare una mobilità all’interno degli Istituti sarà molto difficile che ci si possa avvalere dei vantaggi di questa legge dello Stato. E tanto più sarà difficile per coloro che sono ammessi alle misure alternative, e non per problemi logistici, ma per una situazione ad imbuto mentale ed ideologico che si è creato tra la Magistratura di Sorveglianza e tra il resto del Paese che ha praticato la tolleranza zero.

 Se si esaminano i dati statistici che si riferiscono all’ammissione alle misure alternative nel periodo tra il 1998 ed il 1999, si vedrà che nell’arco di un anno, la progressione parabolica in ascesa lungo gli anni dal 1975 al 1998 ci dà un aumento delle misure alternative, mentre dal 1998 al 1999 la parabola cade completamente, si hanno 6000 misure alternative in meno e una chiusura del rubinetto di scarico per l’uscita dal penitenziario.

Ho cercato di mettere tutto ciò in evidenza in un articolo di prossima pubblicazione sulla rivista “Questione Giustizia”, illustrando come ci sia stata una chiusura nell’accesso alle misure alternative, nel senso che è prevalsa la materialità e la fattualità sulla normatività. C’è stato un intreccio in un biennio estremamente difficile tra tolleranza zero, braccialetti elettronici, slogan della certezza della pena, che ha avuto un rimbalzo sulle decisioni della Magistratura di Sorveglianza, cosicché c’è stata una sorta di obiezione di coscienza e di rimozione del problema. Potrà fare ben poco la legge Smuraglia in relazione a cristallizzazioni di questo tipo.

 L’altro sforzo notevole del Governo è stato finalmente il Regolamento di esecuzione, che molto deve alla lungimiranza del Presidente Margara. Il Ministero e l’Amministrazione Penitenziaria hanno proseguito queste attività per quanto concerne la formulazione, ma tale legge non è riuscita però a tener conto del problema dell’affettività. Nonostante queste mutilazioni il regolamento di esecuzione della legge penitenziaria è un notevole passo in avanti, in particolare per l’attività lavorativa, prevista nell’Art. 47 e seguenti. Anche qui come per la legge Smuraglia ci può essere una notevole incidenza soprattutto nei punti relativi alla assunzione mediante convenzione all’interno degli Istituti, anche per Istituti penitenziari che potrebbero togliere inutile attività lavorativa a quella meramente amministrativo-contabile, non foss’altro per questo, in modo tale che ci siano cooperative che possano offrire lavoro in relazione a servizi penitenziari.

In conclusione è utile dire che se poniamo a confronto questa normativa con la normativa primaria già esistente , e cioè la legge penitenziaria e le modifiche che si sono succedute nel tempo, direi che o si vince o si perde, nel senso che con questa duplice normativa si conclude una parabola di adeguamento della legislazione. A questo punto la legislazione è completa. Ma solo per chi accetta e scommette sul principio sul quale si basa, cioè quello della flessibilità della pena in fase esecutiva. Già in questo biennio è stato difficile arginare lo slogan della certezza della pena, il principio costituzionale della flessibilità della pena in fase esecutiva, e qui c’è tutta la normativa che può servire affinché si possa svolgere in maniera statisticamente e qualitativamente significativa l’attività lavorativa negli Istituti di pena e fuori degli Istituti. Ma solo se si accetta il presupposto della flessibilità della pena in fase esecutiva come unico momento centrale del nostro sistema sanzionatorio. Quindi siamo al massimo dell’espansione.

Per altro verso però bisogna dire che questo o è il momento a cui si mette a frutto ciò che si è portato a casa sul piano normativo, o è il capolinea della flessibilità della pena in fase esecutiva. Non c’è più niente da chiedere. Se nel corso di un anno e mezzo tutto questo non avrà dato frutti, potremo dire che la flessibilità della pena in fase esecutiva oscillerà verso il pendolo della certezza della pena , oppure si dovrà necessariamente cambiare registro ed andare a riscrivere il catalogo delle pene vigenti in Italia, si dovrà riscrivere il catalogo delle sanzioni. Per ciò dico: massima espansione o il capolinea, e comunque credo che per chi ha maturato nel corso di questi anni una visione necessariamente mista delle 2 funzioni, ritenendo cioè la necessità della flessibilità della pena in fase esecutiva con degli scarti minori rispetto a quelle attuali, naturalmente ma sicuramente sempre vigente dove ci siano delle pene di lunga durata, perché altrimenti ne andrebbe a discapito l’ Art. 27 della Costituzione. Per chi non è in questa prospettiva, non resta che la più soddisfacente alternativa per la quale altri si battono e che non necessariamente è alternativa in tutti i termini esaustivi rispetto alla flessibilità, ed è quella delle nuove pene all’interno del processo di cognizione. Credo che soprattutto per le pene di media e breve durata il lavoro declinato sempre e comunque nelle fasi del processo ed il lavoro come pena, avrebbero un’alternativa veramente di lunga durata che sarebbe statisticamente e qualitativamente significativa, sicché il lavoro verrebbe ben declinato sia in fase di esecuzione, sia come misura particolare alternativa alla detenzione come lavoro di pubblica utilità, sia come sanzione autonoma nel senso che si potrebbe attuare il cosiddetto “patteggiamento lavorativo”, perché soltanto in questo ambito vale la formula ambigua ma provocatoria “lavoro vale la pena”; ma chi scommette sul primo assetto normativo, o sul secondo, deve sapere che c’è una “conditio sine qua non” di tutto ciò, ovvero l’attuale situazione della popolazione penitenziaria con un surplus di 15.000 detenuti, che non consente né l’uno, né l’altro assetto normativo. Non sarà possibile realizzare il regolamento di esecuzione con questo standard di popolazione penitenziaria, non sarà possibile offrire nuove opportunità con questo tipo di normativa lavorativa. Da qui credo che quanto meno in una visione riduttiva della clemenza si possa essere d’accordo sulla necessità di attuare in modo automatico con esclusione dei reati di gravissimo allarme sociale, di venire ad una riduzione parziale di una quantità di pene detentive, e quindi pensare all’indulto o al condono, ma nella storia della Repubblica non c’è stato condono che non si trascini una amnistia, solo una volta è stato concesso un condono perché le carceri scoppiavano.

Soltanto a queste condizioni si potrà dire “il lavoro vale la pena”.

 

MONICA VITALI, GIUDICE DEL LAVORO DI MILANO:

 

La prima impressione per chi si avvicina al fenomeno del lavoro penitenziario è data dai numeri, e cioè il numero dei detenuti in Italia, che ha superato la soglia dei 50.000, ed il numero di quelli che lavorano all’interno del carcere, poco più di 10.000, che, tradotto in termini percentuali, significa il 20%. Nel 1990, il numero dei detenuti in Italia non arrivava a 30.000 persone e lavorava il 43%.

Il secondo elemento che colpisce è quello dell’assenza o quasi di interventi giurisdizionali sul tema del lavoro dei detenuti, come se il detenuto che lavora, all’interno o all’esterno del carcere, fosse difficilmente percepito dalla collettività come destinatario di diritti e obblighi, sul piano della sua doppia condizione di detenuto e lavoratore.

Il terzo elemento, strettamente collegato al precedente, è dato dallo scarsissimo interesse della dottrina giuridica per questi argomenti.

Al di là di alcuni interventi, tutti di giuslavoristi e tutti risalenti agli anni ’70, il problema del lavoro penitenziario è stato assolutamente trascurato. I poche che se ne sono occupati lo hanno fatto in un’ottica di puro difensivismo, con una forma diversa ossessione lavoristica.

Questa ossessione lavoristica, o intreccio perverso tra penalità e lavoro, come lo ha chiamato oggi il collega Maisto, ha agito e agisce su due piani.

Il primo piano: i penalisti che hanno affrontato il tema hanno privilegiato la pretesa punitiva dello Stato rispetto ai diritti civili dei lavoratori detenuti, come se il fatto di affermare la persistenza dei diritti civili connessi alla situazione di lavoratore anche all’interno del carcere costituisse una minaccia per l’istituzione penitenziaria.

Il secondo piano: è stato attribuito al lavoro il carattere di presupposto necessario per il riesame della pretesa punitiva dello Stato, anche quando non è normativamente richiesto, e si è connotato il lavoro, presupposto essenziale per l’ammissione alle misure alternative, in una unica direzione, quella del lavoro subordinato a tempo indeterminato.

In realtà, ci sono molti motivi per riflettere su questi temi; la collocazione temporale di questo incontro è stata particolarmente felice, dal momento che sono recentemente stati emanati due provvedimenti legislativi molto attesi, che dovrebbero rispondere alle aspettative del mondo del lavoro penitenziario.

Aspettative in quali termini? Licia Roselli, direttrice dell’Agenzia di Solidarietà per il Lavoro, alla mia domanda su quali fossero i problemi con cui ci si deve scontrare per l’inserimento lavorativo dei detenuti, ha risposto che sono essenzialmente due.

Il primo è quello dei tempi, sia del carcere che della Magistratura di Sorveglianza, necessari perché si giunga ad una decisione sull’ammissione al lavoro all’interno o all’esterno dell’istituto.

Il secondo è quello della formazione e dei titoli di studio degli aspiranti lavoratori, poco adeguati alle esigenze del mercato del lavoro, in quanto la formazione è molto generica e i titoli di studio poco significativi, sia in termini quantitativi che qualitativi.

Cercherò, allora, di dare alcune linee indicative su questi due aspetti.

Per quanto riguarda il primo è indubbio che mondo giuridico, in generale. e mondo carcerario in particolare, abbiano una concezione diversa del tempo rispetto al mondo reale, in generale, e al mondo economico in particolare, diversa e difficilmente compatibile.

Al di là di questa affermazione, tuttavia, io penso che il nodo principale sia dato dalla scarsa conoscenza che ciascuno di questi mondi ha dell’altro.

Nella forma che gli è stata data nella legislazione successiva alla Legge Gozzini, il lavoro penitenziario è diventato assimilabile a quello svolto dalle persone libere, salvo i necessari adattamenti connessi alla condizione soggettiva di una delle parti del contratto, condizione soggettiva che non dovrebbe incidere sul piano dei rapporti contrattuali tra lavoratore detenuto e datore di lavoro imprenditore.

La tendenza giurisprudenziale che si è venuta formando sulla Legge Gozzini ha, invece, attribuito al lavoro un carattere di presupposto necessario dell’ammissione alle misure alternative, connotandolo nella direzione del lavoro subordinato a tempo indeterminato, che non corrisponde più alla situazione dell’attuale mercato del lavoro.

Lo sforzo legislativo è stato, quindi, quello di privatizzare il lavoro penitenziario, sia intramurario che extramurario, consentendo l’ingresso del mercato nel lavoro carcerario attraverso la gestione diretta delle attività lavorative da parte dell’imprenditore esterno, pubblico o privato che sia.

La conseguenza è che viene a cadere completamente l’opzione di fondo contenuta nella Legge Gozzini volta a differenziare il lavoro intramurario e il lavoro all’esterno, assimilabile al lavoro libero.

Infatti, l’imprenditore che gestisce le lavorazioni stipula con i detenuti lavoratori contratti di diritto privato, così che viene completamente superata la distinzione tra lavoro intramurario ed extramurario , relativamente all’applicabilità della disciplina standard.

per quanto riguarda il secondo aspetto, si tratta di attivare i concreti impegni che le parti coinvolte si sono assunti.

Già la Legge regionale nr.15 del 1999 affermava come obiettivo proclamato quello dell’integrazione dei sevizi per l’impiego resi sul territorio, delle politiche attive del lavoro e delle politiche formative per sviluppare un mercato del lavoro aperto e trasparente che incentivi l’incontro tra domanda e offerta.

Già il protocollo d’intesa tra regione e Ministero di Giustizia segue queste linee di intervento, impegnandosi ad assicurare uno stretto raccordo tra i percorsi di formazione professionale delle persone detenute, a regime ordinario ed ammesse alle misure alternative, e delle persone dimesse, e le reali esigenze occupazionali del mercato del lavoro regionale.

Le novità legislative di pochi giorni fa, la c.d. Legge Smuraglia e il nuovo regolamento della legge sull’ordinamento penitenziario proseguono in questa impostazione: il regolamento porta a conclusione il processo di privatizzazione che era stato scelto nella nuova formulazione dell’art.20 O.P., rispetto alla quale il vecchio regolamento era ormai del tutto superato. Dettaglia le norme che permetteranno al sistema di funzionare, prevedendo la duplice possibilità per le lavorazioni e i servizi di istituto di essere organizzate e gestite dalle direzioni degli istituti ovvero da imprese pubbliche e private in regime di convenzione.

Ma la scelta originaria era già stata fatta in precedenza ed il regolamento non è altro l’ultimo risultato di questa scelta originaria.

La Legge Smuraglia fa di più: non solo ridisegna ed amplia la nozione di soggetti svantaggiati, riferendoli anche alle persone recluse non ammesse a misure alternative, ma soprattutto introduce un sistema di agevolazioni differenziate e l’allargamento degli incentivi fiscali.

Il problema resta quello delle occasioni concrete: gli spazi per incrementare le occasioni di lavoro, le occasioni di formazione professionale, per favorire l’incontro tra mondo del lavoro e mondo dei detenuti ci sono tutti a livello legislativo. Si tratta di attivarli, avendo ben presente che questa è una necessità per la collettività, una necessità in termini di sicurezza.

Non può esserci sicurezza, se non si agisce per rendere effettivo il reinserimento dei detenuti ed il riconoscimento che sono lavoratori detenuti e non detenuti lavoratori. E' un passaggio fondamentale in questa direzione.

 

LICIA ROSELLI, DIRETTRICE DELL’AGENZIA DI SOLIDARIETA’ PER IL LAVORO

 

Attività

La nostra Associazione si è ufficialmente costituita con atto notarile il 15 luglio 1998.

L’attività è iniziata a settembre 1998, muovendo sulle seguenti linee direttrici:

1.               la costituzione di partnerships istituzionali;

2.              la presentazione dell’agenzia alle realtà che si occupano di carcere e loro coinvolgimento;

3.              la promozione d’attività culturali, seminari di approfondimento tematico, convegni, strumenti di sostegno per l’inserimento lavorativo;

4.              il coinvolgimento delle aziende, delle associazioni imprenditoriali e sindacali, delle cooperative per impiegare detenuti dentro e fuori gli istituti di pena; progetti attuati e in fase di implementazione

5.              l’avvio e la realizzazione di progetti

 

1. La costituzione di partnerships istituzionali

Sono stati attivati rapporti con i massimi esponenti di Comune, Provincia, Regione e con il Ministero del Lavoro.

Provincia e Comune sono diventati nostri soci sostenitori, individuando rispettivamente nell’Assessorato Settore Lavoro e nella Sottocommissione Carceri gli interlocutori di riferimento.

Siamo nell'attesa delle decisioni operative della Regione, si è sperimentata però una collaborazione con l’Agenzia per l’Impiego della Lombardia.

Ci siamo presentati alle Associazioni degli Enti Locali. Con l’ANCI e con la Lega delle Autonomie Locali si è siglato un Protocollo d’Intesa.

Abbiamo intessuto contatti, quindi, con l’Amministrazione Penitenziaria, nei suoi massimi livelli e nelle sue articolazioni: partecipando anche a progetti formativi congiunti, come il Progetto Polaris.

 

2. La presentazione dell’agenzia alle realtà che si occupano di carcere e loro coinvolgimento

Sono stati instaurati rapporti con gli operatori dei servizi pubblici d’inserimento lavorativo, con i servizi e le associazioni di volontariato che operano nelle carceri milanesi, individuando forme e modi d’interazione e di collaborazione che già da ora stanno dando buoni risultati.

Obiettivo di questo lavoro è il mettersi in rete e proporci come facilitatori di connessioni.

 

3. La promozione d’attività culturali, seminari di approfondimento tematico, convegni, strumenti di sostegno per l’inserimento lavorativo, documentazione

Il Comitato Scientifico ha progettato una linea editoriale che si focalizzerà su due direttrici e loro connessioni: l’ordinamento penitenziario e la legislazione del lavoro.

La Provincia di Milano, Settore Lavoro, nel 1998 ha contribuito a questo progetto.

Sono state prodotte schede informative su questa tematica per detenuti e per imprenditori, con il sostegno dell’Agenzia per l’Impiego della Lombardia, inoltre si sta approntando un Progetto di Centro di documentazione e di informazione (cartaceo ed informatico) sulla legislazione, sul tema carcere e lavoro, e si vuole costruire un catalogo ragionato delle esperienze in ambito italiano e europeo sul carcere.

Si sta sviluppando un'emeroteca: contenete riviste giuridiche e riviste che riguardano il carcere e il terzo settore e una piccola biblioteca.

Si organizzeranno confronti sulle prospettive di lavoro e formazione professionale, negli istituti di pena milanesi (il primo è stato realizzato ad Opera il 3 dicembre 1999).

Si sono organizzati seminari di discussione su argomenti di attualità che riguardano il carcere e il lavoro.

Abbiamo coinvolto, grazie al sostegno dei nostri soci fondatori, la Commissione Regionale per l’Impiego della Lombardia affinché si pronunciasse “in materia di incidenza dell’effettuazione di lavoro domestico all’interno dell’istituto Penitenziario sulla maturazione dell’anzianità di iscrizione alla lista di disoccupazione”; la quale ha dato parere favorevole e ha sottoposto, a propria volta, il quesito al Ministero del Lavoro, che ha condiviso la soluzione con parere positivo del 1/12/99. Quest'attività rientra nei nostri obiettivi di carattere generale di orientamento, di sollecitazione, di proposta e di produzione di norme sul lavoro carcerario, obiettivo che l’Agenzia nei suoi primi mesi di attività ha saputo concretizzare e mettere a disposizione di tutti.

 

4. Il coinvolgimento delle aziende, delle associazioni imprenditoriali e sindacali, delle cooperative per impiegare detenuti dentro e fuori gli istituti di pena

Si è già detto che sono stati predisposti gli strumenti informativi per gli imprenditori e per le organizzazioni sindacali di categoria.

Alcuni collaboratori e operatori dell’Agenzia hanno attivato alcuni contatti mirati, di conseguenza si sono siglati protocolli con aziende e Cooperative, per l’inserimento mirato di detenuti ed ex detenuti.

Alcune cooperative e consorzi hanno fornito sostegno e indicazioni per inserimenti lavorativi, ed hanno inserito a loro volta nostri utenti.

Su idee e iniziativa di alcuni detenuti di Opera si è attuata una lavorazione all’interno della Casa di Reclusione, in fase di realizzo con il Consorzio Nova Spes. S'intende procedere in questa direzione.

Si sta preparando un sito Internet dell’Agenzia.

Abbiamo siglato una collaborazione con Banca Lavoro, nei cui sito è stata predisposta una pagina di presentazione dell’Agenzia, le aziende che cercano lavoratori possono inviarci email di ricerca.

Si sta preparando un Progetto di sensibilizzazione rivolto alle imprese, al mondo sindacale.

Il Progetto per le imprese avrà diverse articolazioni: preparazione di materiale divulgativo, predisposizione, diffusione e gestione di un questionario, elenco d'imprese disponibili all’inserimento di detenuti ed ex detenuti, contatti mirati attraverso colloqui e materiale documentario.

Il Progetto rivolto al sindacato e alla contrattazione si focalizzerà: nella formazione per dirigenti e delegati sindacali, nell’inserimento di clausole ad hoc nella contrattazione, nell’individuazione di realtà dove sperimentare inserimenti lavorativi. I sindacati confederali milanesi s'impegneranno in tutti i luoghi e commissioni, dove sono presenti a portare avanti le tematiche dell’inserimento lavorativo dei detenuti.

 

5. L’avvio e la realizzazione di Progetti

 

I Progetti in atto

Il Progetto banca dati

Era stata fatta la scelta di assegnare questo compito ad una persona detenuta.

Nella banca dati si stanno inserendo i curricula dei detenuti ed ex detenuti che si presentano ai nostri sportelli, sia interni alle carceri, che quello presso la sede il martedì.

Nella banca dati, si prevede di inserire tutte le informazioni utili ed attinenti le nostre attività (elenchi aziende, elenchi servizi, associazioni ecc.)

La Provincia di Milano ci ha fornito il software di ErgOnLine (il programma utilizzato nei Centri per il Lavoro) per immettere i nostri dati, e la consulenza di un esperto per l’installazione, l’addestramento all’uso del programma e l’elenco delle Cooperative di tipo B.

 

Il Progetto Sportelli

Obiettivo principale è preparare percorsi d'inserimento mirati e personalizzati basati sull’analisi dei bisogni del singolo utente che richiede l’intervento, possibilmente durante l’espiazione della pena.

Il Progetto Sportelli si articola su due piani: un piano informativo ed un piano motivazionale.

·         Il piano informativo riguarda prevalentemente la legislazione vigente sul lavoro, le normative contrattuali, iscrizione al collocamento, e relativi aggiornamenti. Sono usati materiali e dispense che i detenuti conserveranno e consulteranno anche a seguito degli incontri. Il piano informativo, inoltre, è agito sia con contatti individuali sia organizzando gruppi d'interesse di circa 20 persone.

·         sul piano motivazionale l’obiettivo è lo sviluppo della cultura del lavoro; laddove per cultura del lavoro s’intende non solo la conoscenza del mondo del lavoro stesso, ma anche la scelta del lavoro, anziché il reato, come strumento per mantenersi.

Inoltre, al momento dell’incontro si chiede ai detenuti di compilare volontariamente un questionario (sul modello ErgOnLine già in uso nei Centri per il Lavoro della Provincia di Milano) in cui indicano i loro dati generali, dalla scolarità all’esperienza lavorativa, alle loro eventuali aspettative e desideri. Ciò al fine di prepararli anche in termini formativi ad un possibile inserimento lavorativo.

Questo progetto ha avuto l’assenso del Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria e dai Direttori degli Istituti ed è entrato nella fase d'avvio sperimentale nell’autunno 1999.

I casi non sono omogenei, alcuni possono essere esauditi rapidamente altri necessitano d'interventi anche molto complessi, il bisogno preponderante rilevato è sicuramente una collocazione lavorativa “urgente”.

I dati riguardanti questo progetto li potete trovare in cartellina.

Gli utenti che si presentano in Agenzia, pur arrivando da svariate esperienze di lavoro, sono disponibili ad accettare lavori d'ogni genere, e questo se da un lato può apparire un elemento positivo, dall'altro pone seri dubbi sulla tenuta dell'opzione lavorativo nel medio-lungo periodo.

Altro capitolo sono i detenuti stranieri la cui problematicità primaria risiede nel possesso o meno del permesso di soggiorno e situazioni abitative instabili o, spesso, inesistenti.

I profili dei detenuti in stato di restrizione comportano il confronto con avvocati, educatori e direzioni per comprendere l’effettiva fattibilità di accedere ad una misura alternativa al carcere. Questo dilata notevolmente i tempi d'attuazione di un progetto, in contrasto con i tempi delle aziende che devono rendere conto al ritmo e alle necessità del mercato.

 

Il Progetto formativo “Meglio fuori” (con la Provincia di Milano)

Avrà una durata di un anno circa ed è partito il 30 aprile 1999, sono stati selezionati circa 30 detenuti ed ex detenuti delle tre carceri milanesi, su tre figure professionali: promotore Occupazionale in Ambito Carcerario (circa 15/18 persone), Addetto ai servizi mensa (4 persone), Ortoflorovivaisti (4 persone, nel carcere d'Opera).

Sulla prima figura saranno formati detenuti che collaboreranno alla gestione come volontari degli sportelli interni dell’Agenzia. A queste persone sarà fornita l’opportunità, una volta scarcerate, di inserirsi nel mercato del lavoro con una professionalità nuova ed emergente nei servizi per l’impiego e d'orientamento al lavoro, pubblici e privati. Per le altre figure, la formazione avrà una durata inferiore e ci sono contatti o progetti per l’inserimento in aziende o cooperative del settore.

Di questo progetto la Provincia di Milano è Ente Promotore e l’Agenzia Ente Gestore.

Il progetto è finanziato dal Ministero per gli Affari Sociali e per una quota dalla Provincia di Milano, per l’ammontare di 159 milioni.

 

6. Alcune considerazioni finali

Creare un’Associazione a partire da una “buona idea”, la quale è scaturita dall’analisi dei bisogni degli stessi utenti, non è stata cosa facile e non è ancora facile. Il compito che ci aspetta è molto complesso e le risorse di cui abbiamo bisogno sono tante, sia in termini quantitativi sia in termini d'impegno.

I nostri soci fondatori si attivano per la loro parte, ma quello che necessità è una vera e propria condivisione degli obiettivi di tutta la società civile.

Obiettivi che si concretizzano non solo lavorando in sinergia, ma anche avendo a disposizione strumenti idonei.

Con strumenti si intendono: norme legislative e impegni attuativi da parte dei soggetti interessati (Ministeri, Enti Locali) e qui bisogna fare un appello affinché si concretizzi al più presto il protocollo d’intesa tra regione Lombardia e Ministero della Giustizia.

Modalità di presa in carico dei soggetti da parte delle strutture competenti, che tentino di lavorare in rete, pur con le regole proprie, in tempi certi.

Anche qui bisogna fare un appello affinché oltre all’impegno collettivo di sensibilizzazione delle imprese, gli Enti Locali, l’Amministrazione Penitenziaria, la Magistratura di Sorveglianza e tutti i soggetti del Privato Sociale, creino un circolo virtuoso e veloce per far accedere i detenuti verso una collocazione lavorativa

 

FRANCO SCARPELLI, DOCENTE DEL DIRITTO DEL LAVORO, UNIVERSITA’ DELL’INSUBRIA-COMO:

 

Non avendo una competenza specifica e approfondita sui temi del lavoro carcerario farò alcune brevi osservazioni su alcuni elementi d'evoluzione del quadro normativo del mercato del lavoro, che consentono almeno come potenzialità un'estensione delle occasioni d'impiego, e quindi la possibilità di concretizzare l’impiego dei detenuti ammessi al beneficio del lavoro esterno, e dei quali si deve tener conto nell’utilizzo e nella gestione degli strumenti di lavoro dei ristretti.

La Dott.ssa Vitali ha ricordato come vi sia la pretesa nella prassi della cultura operativa corrente (in realtà non giustificabile sul piano interpretativo) di modellare il lavoro carcerario extramurario nei termini dei rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Sappiamo che oramai da tempo, ed in misura abbastanza accentuata negli ultimi anni, il mercato del lavoro non è più questo, né nella realtà e neppure nella evoluzione normativa del contratto attuale, contrastando quella che è una diffusa vulgata sulla scarsa sussistenza d'elementi di flessibilità nell’esperienza italiana, che invece si sono arricchiti notevolmente nell’esperienza legislativa e contrattuale di questi ultimi anni, semmai i dati negativi sostengano ancora nonostante le riforme operate anche in questo campo, alla capacità delle Istituzioni pubbliche e alle neonate Istituzioni private di governo del mercato del lavoro, di svolgere una politica realmente attiva sul mercato del lavoro.

Almeno su una parte del mercato del lavoro, è sotto gli occhi di tutti una perdita del centralità del prototipo normativo del rapporto classico di lavoro subordinato a tempo pieno tendenzialmente con lo stesso datore, con pochi passaggi da una ad altra impresa nel corso di una vita lavorativa, almeno per una parte, perché poi all’interno d'ogni impresa vi è un nocciolo duro di lavoratori che ancora e sempre più risponde a questa caratteristica, e soprattutto è sotto gli occhi di tutti che l’accesso al mondo del lavoro per gli inoccupati, o per i disoccupati di lungo periodo, passa ormai in maniera significativa, direi quasi esclusiva, dagli strumenti d'impiego flessibili.

Sul piano normativo questa possibilità è notevolmente cresciuta, negli anni si sono notevolmente allargate le possibilità d'impiego flessibile, in un quadro di ricerca di un difficile punto di mediazione tra flessibilità nell’interesse dell’impresa, nell’interesse del lavoratore (pensiamo al difficile equilibrio tra questi due aspetti, ad esempio nella normativa recente sul part-time) e anche regole di tutela dei diritti del lavoratore quale contraente debole.

 Richiamo molto rapidamente l’istituto del lavoro a termine, che è quello più significativo e oggetto in genere della maggiore attenzione, che si è molto sviluppato con l’allargamento delle ipotesi legali e soprattutto delle ipotesi contrattuali, a partire dagli anni ’80. La recente normativa del lavoro temporaneo, il cosiddetto lavoro interinale, le molteplici figure di contratti a contenuto formativo, il part-time e da ultimo ma non meno importante il massiccio sviluppo delle collaborazioni coordinate continuative che hanno cominciato ad ottenere qualche importante prima regola di riconoscimento di diritti sociali a carattere previdenziale, di recente l’estensione dell’assicurazione INAIL che in qualche modo dà una maggiore cittadinanza a questa figura prima collocata un po’ nel limbo, tra il lavoro autonomo classici ed il lavoro subordinato. Ma anche altre forme che oggi caratterizzano, soprattutto in realtà dinamiche come quella Lombarda, il mercato del lavoro, innanzi tutto il lavoro autonomo imprenditoriale vero, il passaggio del mondo del lavoro prestato verso altri, al lavoro autogestito, la cooperazione, o figure come contratti associativi. Questi brevi cenni dovrebbero dirci che la pretesa sopra richiamata di modellare cioè il lavoro carcerario sull’unico prototipo del lavoro subordinato classico pare infondata, e l’attuale quadro normativo del mercato del lavoro che per non limitare la parità di regole e diritti del lavoro dei detenuti impone di considerare sullo stesso piano ogni occasione di lavoro e quindi non solo quelle classiche ma anche quelle più recenti.

 L’Istituzione carceraria ed i suoi strumenti riabilitativi devono dunque rapportarsi al mondo del lavoro e della produzione per quello che è oggi. In questo quadro, dovremmo chiederci quali possibilità d'adattamento vi siano, adattamento degli strumenti che ora ho richiamato alla specifica situazione dei detenuti e soprattutto quali strumenti di sostegno a reperire occasioni di lavoro, d'incentivazione alle imprese, etc. E’ evidente il ruolo centrale dell’Istituzione di governo del mercato del lavoro, delle previsioni normative che sono state richiamate, soprattutto quelle in termini d'incentivi fiscali, finanziari …, in un mercato del lavoro dinamico come quello Lombardo. Si tratta probabilmente di immaginare altri e più efficaci strumenti per individuare nuovi soggetti imprenditoriali nella funzione sociale rappresentata nel dare occasioni di lavoro e di reinserimento ai detenuti.

Da questo punto di vista penso alla possibilità di varare percorsi ad hoc, percorsi di promozione e sostegno all’inserimento lavorativo dei detenuti, soprattutto in sede di contrattazione collettiva, rispetto alla quale un’associazione, un’istituzione privata come quella dell’Agenzia può svolgere sicuramente: un ruolo di promozione molto importante.

Negli scorsi mesi si è molto parlato del Patto per Milano. Io personalmente ho avuto l’occasione di esprimere in più sedi posizioni anche molto critiche sul contenuto dell’intesa, ma per profili diversi da quelli qui trattati che tralascio per non fare polemica in questa sede. Ma è importante valutare e correggere alcune delle tecniche utilizzate, per farne un modello davvero interessante che riguadagni anche il consenso della più rappresentativa organizzazione sociale, l’esperienza sindacale, valutare la possibilità di valorizzare l’esperienza collettiva anche e soprattutto a livello territoriale come strumento d'adattamento del mercato del lavoro alla specificità di alcune aree di disagio e quindi di elaborazione di percorsi privilegiati di promozione di occasioni di soggetti svantaggiati.

Per fare delle ipotesi penso che la prima possa essere l’allargamento delle opportunità in cui è previsto all’impresa l’ampliamento dello strumento che lei percepisce vantaggioso, quale il contratto a termine subordinato alla tutela di un obiettivo sociale come il reinserimento lavorativo dei detenuti.  Vi è qui un dibattito aperto sulla possibilità di utilizzare questo contratto a causale soggettiva, non subordinata alle esigenze dell’impresa, e qualche dubbio può discendere dalla recente direttiva CEE 1999 che non è stata ancora oggetto di specifica legislazione.

Credo che quando la condizione di disagio che giustifica il riferimento alla persona sia effettiva e oggettivamente determinata come quella del carcere, debba riconoscersi la possibilità per il contratto collettivo di valorizzare questa condizione come motivo essenziale per l’elaborazione di uno strumento aggiuntivo di flessibilità, come il contratto a termine. Se mai in questa ipotesi la contrattazione collettiva, può farsi carico di aspetti ulteriori della vita di questi rapporti di lavoro, ad esempio quello della durata nel tempo e della tendenza alla stabilizzazione di questi rapporti di lavoro attraverso regole che spingano alla conferma in servizio del lavoratore alla fine del periodo inizialmente determinato di lavoro, così come ci può essere un altro problema di regolazione delle ipotesi sempre più diffuse di contratto a termine che è quello di tutela della possibilità in corso per il lavoratore a termine di scegliere altri lavori laddove sul mercato gli si presenti la possibilità di accedere a rapporti di lavoro a tempo indeterminato che garantiscano meglio il percorso di stabilizzazione della misura alternativa al carcere per il lavoratore detenuto.

Infine, altro esempio concreto per il tema della stabilità nel tempo che potrebbe essere uno spunto per l’introduzione da parte della contrattazione collettiva di alcune regole specifiche in materia di lavoro temporaneo, di lavoro interinale, mediante accordi ad hoc con le agenzie fornitrici e con le imprese che operano in questo sempre più significativo settore di mercato (si parla per il 2000 di cifre sempre più significative di lavoro interinale), potrebbe essere la valorizzazione dell’ipotesi consentita dalla legge ad oggi poco o per nulla praticata nel mercato del lavoro normale, per l’assunzione di detenuti da parte dell’agenzia fornitrice a tempo indeterminato con invio del lavoratore presso le imprese utilizzatrici, che di volta in volta ne fanno richiesta, riuscendo a realizzare l’ipotesi di estenderlo ai detenuti, nei periodi intermedi tra un’utilizzazione e l’altra, pensando ad attività di formazione, di inserimento sociale, eventualmente anche con interventi di sostegno dell’impresa o con intervento di istituzioni pubbliche per l’aspetto finanziario relativo all’indennità di disponibilità. Ci sono gli strumenti degli sgravi fiscali, ci sono gli strumenti previsti dalla legislazione regionale, tra l’altro da questo punto di vista credo che siano settori sui quali si può con una certa tranquillità non temere un intervento di sanzione da parte dell’ordinamento comunitario sul fatto di utilizzare denaro pubblico per sostenere le imprese, essendoci un obiettivo di chiara utilità sociale che giustifichi nel quadro nel comunitario interventi di questo genere.

Lo stesso tipo di strumenti si possono elaborare in materia di utilizzo delle collaborazioni coordinate continuative.

Ultimo tema sul quale è necessaria una riflessione ed un completamento del quadro normativo, salvo che sia una mia carenza di conoscenza, mi sembra che il problema del lavoro per i detenuti extracomunitari non sia risolto. Per i detenuti stranieri non solo vi sono problemi specifici ulteriori di sostegno all’inserimento lavorativo, di alfabetizzazione, di formazione specifica, ma può esserci anche un problema di coordinamento con la normativa esistente in materia di permessi a fini lavorativi che consenta all’imprenditore nel lavoro intramurario o extramurario di poter dare luogo, anche per questi cittadini che si trovano ristretti in carcere, a possibilità di reinserimento non solo sociale ma anche di inserimento in una società per essi completamente nuova.

 

TAVOLA ROTONDA CON LA PARTECIPAZIONE DI FRANCO CORLEONE, PAOLO DEL DEBBIO, COSMA GRAVINA, ANTONIO PASTORE, FELICE ROMEO, CARLO STELLUTI, GIUSEPPE TORCHIO.

 

PIETRO ICHINO, MODERATORE

 

Abbiamo sentito esporre dai relatori che hanno introdotto il convegno questa idea molto impegnativa: il diritto al lavoro di cui all’art. 4 della Costituzione è un diritto che deve essere garantito non soltanto al cittadino libero, ma anche e soprattutto al cittadino detenuto, o comunque privato in tutto o in parte della sua libertà. Però sappiamo anche che (come insegna Norberto Bobbio) i diritti costituzionali sono dei diritti un pò particolari il cui contenuto si accresce e si arricchisce via via che le condizioni consentono, in linea di fatto di arrivare ad esigere dalla pubblica amministrazione e dagli altri soggetti coinvolti qualche cosa di più.

 Per dare corpo al diritto costituzionale al lavoro dei detenuti occorre che i protagonisti facciano più di quanto si è fatto fin qui, tenendo conto che questo diritto è in regresso, era rispettato di più 10 anni fa di quanto non lo sia oggi, e la percentuale di detenuti che accedono al lavoro è oggi nettamente inferiore rispetto 10 anni fa. Bisogna darsi da fare affinché questo diritto costituzionale torni ad arricchirsi di contenuto, anche e soprattutto in questo segmento specifico. Io proporrei di adottare come schema concettuale in questa tavola rotonda, quello che vede il diritto al lavoro scomposto in 3 elementi, quelli che costituiscono cioè l’impiegabilità: l’informazione (se l’offerta e la domanda di lavoro non sono informate non si incontrano), la formazione (se domanda e offerta di lavoro hanno contenuti pratici diversi non c’è modo di farle incontrare) e la mobilità (e qui il problema riferito al cittadino ristretto nella sua libertà è ancora più grave, mobilità che significa che tanti diritti al lavoro saprebbero concretarsi in più quanto più il lavoro potesse muoversi vero il posto che si rende disponibile, ma anche quanti più posti saprebbero muoversi verso il luogo dove il lavoro c’è).

 

A FRANCO CORLEONE, SOTTOSEGRETARIO MINISTERO DELLA GIUSTIZIA

 

Domanda: riguarda il problema della quasi illegalità degli sportelli. Riservando la mediazione tra domanda e offerta ad agenzie che abbiano un riconoscimento ben determinato, a determinate condizioni e aldilà di questo primo ostacolo, si opera in condizioni di continuo attrito con una serie impressionante di vincoli nel mercato nel lavoro che sono una palla al piede per chiunque operi in questo campo. Ricordo l’unica regola che era stata istituita dalla legge inglese per la Manpower Services Commition che poteva fare tutto quanto era possibile tranne che prendere a prestito denaro per favorire l’incontro tra domanda e offerta. Noi abbiamo pagine e pagine di norme che costituiscono una palla al piede grave.

Inoltre vorrei sapere che cosa il Ministero della Giustizia è in grado di fare per arricchire di contenuto quei 3 diritti del detenuto, senza i quali il suo diritto al lavoro non ha corpo: cioè informazione, formazione e mobilità.

A Paolo Del Debbio, che rappresenta il Comune di Milano vorrei chiedere in particolare, al di là delle polemiche sul patto di lavoro, che cosa il Comune di Milano intende fare perché quello schema di intervento che il Comune ha deciso di darsi e ha negoziato con una a parte del movimento sindacale diventi uno strumento importante e incisivo per creare un canale di accesso al tessuto produttivo per questo segmento particolarissimo della forza lavoro. Questo non è automatico, non possiamo illuderci che basti aver detto che ci si apre agli emarginati perché gli emarginati entrino, dunque si tratta di capire che cosa vogliamo esattamente fare.

A Cosma Gravina, Assessore al lavoro della Provincia di Milano, chiediamo di dirci cosa intende fare la Provincia. che ha delle responsabilità importanti nel campo dell’assistenza, e può fare molto sul terreno del tessuto dell'informazione, formazione, forse un po’ meno nel campo della mobilità.

Poi abbiamo dei rappresentanti di un altro genere di protagonisti. Le associazioni di datori di lavoro, la CNA che rappresenta gli artigiani, rappresentata da Antonio Pastore. Anche i datori di lavoro hanno delle responsabilità sui 3 punti.

Poi abbiamo Felice Romeo in rappresentanza della cooperativa sociale, un datore di lavoro un po’ particolare e particolarmente qualificato per i fini che a noi interessano, e per l’ANCI Lombardia interverrà Giuseppe Torchio, anche lui rappresenta una parte importante dei potenziali datori di lavoro ed infine Carlo Stelluti che rappresenta qui il potere legislativo.

 

Risposta: Cercherò di rispettare il tempo a mia disposizione che è assai poca, poiché le questioni sono difficili. L’incontro di oggi, fortunatamente, si verifica dopo l'approvazione di due importanti provvedimenti: la legge Smuraglia approvata all’unanimità dal Senato e dalla Camera per colmare un’evidente stortura delle leggi che non consideravano il detenuto una categoria svantaggiata, -prevede soprattutto la possibilità di misure che dovrebbero facilitare le imprese, le cooperative e il lavoro per i detenuti. L’altra grande riforma, approvata dal Governo e dal Ministero della Giustizia è il regolamento di esecuzione delle pene, che si pone il grande obiettivo di cambiare la qualità della vita quotidiana. Come io ho detto con una battuta, “i regolamenti sono il trionfo dell’ottusità”, tanto è vero che quando si vuole fare uno sciopero si minaccia l’applicazione fiscale del regolamento.

Riferendoci ai detenuti, ciò significa aumentarne l’afflizione e la difficile condizione in cui si trovano. Noi abbiamo cercato di scrivere un regolamento intelligente per quanto è possibile, quindi se venisse applicato alla lettera dovrebbe solo provocare un miglioramento delle condizioni di vita carcerarie. Questi due strumenti vengono a conclusione di un progetto di riforma importante sul carcere, che riguarda da un lato la salute e la sanità, e dall’altro il riordino del dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che è una struttura pachidermica e con grosse capacità ad affrontare i problemi che pone il “nuovo” carcere con la nuova composizione di detenuti. Nuove figure e nuove responsabilità per quanto riguarda la formazione all’interno del carcere. Io penso e propongo di trovare anche esternamente all'Amministrazione così come è oggi costruita, una figura che sappia affrontare i problemi del lavoro in tutti i suoi aspetti, produttivo, sindacale, nei rapporti con le associazioni e gli enti locali; una figura con delle caratteristiche manageriali che oggi l’Amministrazione non ha e non conosce. Questo credo ci potrebbe aiutare ad affrontare questi temi che rischiano altrimenti di fare la fine tipica italiana, e cioè di fare delle buone leggi ma che spesso poi non si traducono in fatti.

 

Domanda: il mondo si divide in due categorie, un mondo in cui si devono raggiungere degli obiettivi, e un mondo in cui si devono rispettare delle categorie. Il governo è disposto per quanto riguarda il mondo carcerario a non giudicare dalle procedure?

 

Risposta: io spero che per questo lavoro, mi offriate qualche bravo candidato; inoltre poiché le condizioni di lavoro dopo questa riforma non sono poi così pessime come lo erano quelle della Pubblica Amministrazione, qualcuno bravo si può trovare.

Resta il fatto che dobbiamo fare i conti con una condizione comunque particolare, in quanto si tratta non di lavoratori disoccupati, ma di detenuti, quindi bisogna considerare la loro “risorsa tempo”, che non è destinata solo al lavoro, ma sicuramente allo studio, al rapporto con i magistrati, agli avvocati e familiari, al rapporto con l’èquipe degli assistenti sociali. Poi c’è il rapporto con la Magistratura di Sorveglianza, e i dati sono impressionanti; in tutta Italia abbiamo solo 223 detenuti al lavoro esterno con l’articolo 21. Voi capite che questo è il punto su cui tutto crolla, perché i 10.000 detenuti occupati lo sono nei lavori domestici, cioè per i lavori di mantenimento dell’istituto.

Il problema riguarda anche la qualità dei detenuti: metà di loro sono condannati per la violazione della legge sulla droga, i 2/3 sono tossicodipendenti. Il problema del rapporto tra il tossicodipendente ed il lavoro è un problema tutto da esplorare, e ci fa capire come il carcere debba essere considerato da tutti un grande laboratorio di sperimentazione sociale, in grado di portare nella società persone forse per la prima volta inserite nel mondo del lavoro; perciò non dobbiamo parlare di reinserimento, ma di inserimento vero e proprio.

 

PAOLO DEL DEBBIO, ASSESSORE SICUREZZA URBANA E PERIFERIE COMUNE DI MILANO:

 

Il Comune innanzi tutto rappresenta nei confronti dei detenuti che sono interessati al lavoro una importante domanda di lavoro ed è interessante per 2 motivi. Primo perché è una domanda di lavoro che programmabile, cioè non è una domanda di lavoro che va più veloce del mercato (che è più veloce della Pubblica Amministrazione): si può programmare nel tempo, si può prevedere prima dello scadere della pena oppure si può prevedere il momento che il detenuto può usufruire di determinati incontri e condizioni per poter lavorare, quindi è una domanda interessante da questo punto di vista perché ha le stesse caratteristiche della domanda mercantile, ma ha tempi e situazioni programmabili, e può essere legata non a situazioni di lavoro periferico, non a lavoretti, perché questi collocano il detenuto in una fascia diciamo così immaginaria che è quella della beneficenza o del lavoretto tanto per fare qualcosa, ma è su lavori che rappresentino azioni positive ed importanti per la città. Io su questo punto sono disposto nell’ambito del lavoro sulle periferie che sto facendo, siccome ho molto bisogno in varie zone e in varie situazioni sul recupero delle periferie, di decidere entro ottobre, azioni con l’Agenzia programmabili per 2-3 anni perché è possibile fare stanziamenti con la Regione che vadano avanti un pò di tempo. Non so se sarà tutto attraverso il Patto per il lavoro, non mi importa neanche, può essere anche attraverso altri strumenti non passando dal Patto, che può favorire, ma non è indispensabile.

Secondo punto, il Comune ha già attuato un interessante esperimento che è quello dell’accompagnamento dei detenuti che sono alla fine del loro percorso interno al carcere. Significa in sostanza che bisogna aiutare i detenuti a stare dentro alla società e per fare questo vanno accompagnati. Io do la disponibilità ad integrare l’esperienza che già stiamo facendo che ha riguardato 100 detenuti, e che può riguardarne molti di più, su questo io sono disponibile, certo, non mi metto a farlo io, perché sarebbe sbagliato da tutti i punti di vista, c’è chi sa farlo meglio e sono disposto a collaborare dal punto di vista finanziario e dal punto di vista del mettere in piedi la cosa e del programmarla, non mi metto come Comune a gestire l’accompagnamento perché c’è chi lo fa meglio.

Ultimo punto, c’è una questione di clima, e qui l’amministrazione comunale può fare molto nel senso che può favorire un clima invece che un altro. La mia battaglia per un clima favorevole ed un’accettazione positiva di queste azioni la sto facendo, e da buona tradizione personalista io rispondo per me stesso, quindi da questo punto di vista la mia azione la sto facendo.

 

A COSMA GRAVINA, ASSESSORE SETTORE ECONOMIA E LAVORO PROVINCIA DI MILANO:

 

Domanda: quali sono i programmi e impegni della Provincia su questo terreno?

 

Risposta: vorrei fare una premessa di cui mi sto sempre più rendendo conto da circa un anno a questa parte, da quando ho assunto l’incarico. Evidentemente su questa tematica mi sto facendo una cultura, perché è un problema difficile, pieno di cavilli, lacci e lacciuoli.

Ma la prima cosa, che deve entrare nella mente di tutti, è che dobbiamo realmente passare da una politica dell’assistenzialismo ad una politica della solidarietà reale. Se non riusciamo a fare questo salto di qualità, pensando che il detenuto è una persona che potenzialmente uscirà dalla detenzione e quindi dovrà essere autosufficiente, il detenuto sarà sempre un costo per la società, ed è questo il dato fondamentale di partenza. Non vorrei ci fosse qualcuno che predilige ancora la politica dell’assistenzialismo per tenere la persona col cappio al collo anche quando esce, piuttosto che renderlo fino in fondo libero e autosufficiente e quindi di non essere neanche più un costo per la società. Credo che Del Debbio abbia introdotto bene la questione: prima di preoccuparci di trovare lavoro dentro le aziende dobbiamo preoccuparci di fare noi qualcosa entro certi limiti, e noi come Amministrazione provinciale abbiamo già iniziato una convenzione con una cooperativa sociale che occupa anche detenuti, proprio perché ci siamo trovati di fronte ad una contingenza, che era quella di dover leggere e digitalizzare i 7000 prospetti informativi che ci sono arrivati nell’ambito del nostro progetto di collocamento mirato di disabili in azienda Questa è stata un’opportunità che si è creata e che subito abbiamo messo in pratica. E dico un’altra cosa interessante: proprio da questi dati che abbiamo visto in queste settimane, si potrebbe prevedere ove non si individuassero immediate soluzioni utili all’occupazione dei disabili stessi, di coinvolgere e sensibilizzare le imprese per l’inserimento dei detenuti. Purtroppo molte volte non riusciamo a far coincidere le richieste delle aziende con le prestazioni dei disabili, quindi questa potrebbe essere un’altra occasione che si può verificare.

Il problema che si è verificato finora è quello della legge 469/97 che a norma dell’articolo 10 autorizza solo alcune società oltre la Provincia, a fare l’incontro tra domanda e offerta. Su questo credo sia indispensabile al più presto trovare un tavolo di lavoro con il Ministero di Grazia e Giustizia e quindi con la direzione delle Case Circondariali, con la Regione Lombardia e gli Enti Locali perché dobbiamo riuscire a trovare insieme un modello che possa essere informativo, ed in cui trovino posto anche le agenzie del privato sociale No-profit.

Il punto è definire i soggetti che fanno incontrare domanda e offerta di lavoro, a mio avviso è importante che questo tavolo sia a livello regionale assieme alle Province, dobbiamo darci una modalità operativa che non valga solo per la provincia di Milano, ma deve valere per tutte le altre 11 Province Lombarde, perché temi come questi toccano tutte le Province.

 

ANTONIO PASTORE, PRESIDENTE CNA MILANO IN RAPPRESENTANZA DELLE AZIENDE MINORI:

 

Domanda: che cosa gli artigiani intendono fare in concreto sul terreno dei fatti?

 

Risposta: mi sento un po’ solo in questo tavolo stante l’assenza dell’amico Massimo Sordi di Assolombarda che si è limitata a dare a disposizione la sala, perché se è pur vero che l’impresa minore, che io indegnamente rappresento a questo tavolo, a Milano rappresenta il 92% con meno di 10 addetti, sicuramente l’impegno sociale dell’impresa deve essere collettivo e la grossa impresa gioca un ruolo importante. Non vorrei che questo fosse un sintomo di un atteggiamento di rimozione inconscia rispetto al problema, perché volevo fare un passaggio rispetto a una citazione fatta prima da don Colmegna quando parlava del carcere di bollate, che in realtà è un carcere di Milano perché Bollate le dà solo 18.000 m2. Dico questo perché 15 anni fa, giovane Assessore all’urbanistica, mi occupai della variante di piano regolatore e incontrai allora 2 ministri della giustizia, 2 presidenti della Provincia e 2 Sindaci di Milano, rispetto a questo progetto. Ebbene il carcere è stato costruito, non è ancora utilizzato, quindi è un progetto vecchio di 15 anni, è in campagna, e raggiungibile attraverso sentieri in quanto la Provincia non ha fatto le strade e il Comune si è ben guardato dal collegare la strada di Monza. Dico questo perché l’impiegabilità dell’impresa (piccola e non piccola) è data dall’utilità, non è pensabile che un progetto possa funzionare se non c’è utilità per i soggetti, e allora questo progetto deve, se vuole essere credibile, se vuole essere sostenuto, passare attraverso fasi diverse: in primo luogo, ascoltavo i dati ed è per la prima volta che mi occupo di questo, ma mi è comunque chiaro che se il lavoro esterno è solo di 240 addetti rispetto alla totalità siamo di fronte al nulla, quindi siamo di fronte a qualcosa da costruire. Il passaggio deve andare per gradi, allora immaginiamo il processo produttivo singolo che l’avvento della componentistica ha reso possibile, cosa che era impensabile 10-15 anni fa all’interno di strutture carcerarie, per poi pensare alla costituzione di cooperative che siano di servizio all’impresa rispetto a singole operazione, perché l’impresa ha bisogno di competenza, che si acquisisce con formazione ma anche con esperienza. Attraverso questo circolo virtuoso della cooperativa che si collega all’impresa nascono le opportunità di lavoro. Noi abbiamo esperienza con le cooperative sociali per l’impegno di giovani, dove il più delle volte il giovane che viene utilizzato presso un’impresa viene richiesto con continuità e poi il suo destino è quello di finire in questa impresa con un lavoro stabile, quindi c’è un grande processo da fare su cui tutti devono giocare la propria partita, l’impresa che con molta chiarezza e onestà deve considerare se è utile all’impresa, perché l’impresa ha come finalità il profitto, il profitto permette all’impresa di crescere e permette di organizzarsi e strutturarsi e competere sul mercato che è diventato sempre più globalizzato e più difficile, non è più pensabile anche per le piccole imprese andare a fare le scarpe o altre cosa che vengono a costare un dollaro e mezzo e vengono fatte in posti lontani 20.000 Km e il cui posto di raggiungimento dei nostri mercati è molto inferiore ai costi di produzione attuale, quindi bisogna svilupparsi, bisogna formare, bisogna fare esperienza e pensare comunque ad un percorso virtuoso su cui ciascuno gioca le sue parti. E qui mi vengono in mente le strade di campagna per raggiungere il carcere.

 

FELICE ROMEO, RAPPRESENTANTE COOPERATIVE SOCIALI:

 

Premesso che noi non prometteremo niente in quanto già facciamo troppo, e vorremmo che altri facessero quello che facciamo noi con le cooperative sociali di tipo B per l’integrazione lavorativa, da un certo punto di vista possiamo lamentare una assenza dei magistrati di sorveglianza, poiché noi facciamo fatica a fare uscire le persone quando abbiamo del lavoro da offrire, nel senso che ci impiegano tanto, e ogni magistrato di sorveglianza decide indipendentemente da qualsiasi parametro logico, per esempio adesso abbiamo un ragazzo che non riusciamo a fare uscire perché la cooperativa riesce solamente a offrirgli 2 giorni di lavoro alla settimana, per cui i discorsi che facevano i relatori precedenti rispetto all’applicazione della coordinata continuata, rispetto all’applicazione del part-time e dell’interinale con il mondo carcerario in questo momento è assolutamente impossibile perché noi dobbiamo riuscire a garantire almeno 5 giorni alla settimana continuativi di lavoro se no le persone da dentro non vengono fuori: questo è uno dei problemi fondamentali.

Altro problema che abbiamo come cooperazione sociale è che non riusciamo ancora a far capire ai Comuni come dopo ormai 9 anni il fatidico articolo 5 della legge 381 (quello che consentirebbe di fare convenzioni dirette con le Amministrazioni comunali, per un importo massimo di 200.000 ecu che vuol dire 387.000.000) deve essere applicato per facilitare l’inserimento lavorativo.

 

 

 

 

PAOLO DEL DEBBIO:

 

 Io dico di sì, perché per quanto riguarda la legge Bindi sulla sanità, questa competenza è riservata per analoga cifra ai direttori generali delle ASL, ma intervenendo per altri aspetti la Merloni, noi siamo incastrati a questo punto, dobbiamo chiedere una omogeneità legislativa anche a livello di impostazione, di regolamento ministeriale. Noi vogliamo fare questa operazione, e che si possa estendere a tutto il campo operativo del sociale, degli appalti dei lavori pubblici, ma il nostro problema è quello di regolare da una parte i magistrati di sorveglianza che devono agire in maniera omogenea la domanda, dall’altra garantire un plafon di offerte che passa attraverso un passaggio culturale.

 Devo dire al Segretario comunale che, di fatto, con la Bassanini è il padrone del vapore, che vi è un consenso politico, un’adesione a questa impostazione, poi a livello procedurale, all’interno della macchina comunale deve essere lui a garantire tutti i passaggi tecnico-operativi, perché diversamente avviene come nella grande distribuzione: se non c’è una costanza di domanda e di offerta si altera quella che è una condizione del mercato. Allora io chiedo ora se ci danno questa sala, noi coinvolgiamo i 1540 comuni della Lombardia, insieme ai soggetti che sono ora presenti, per fare una azione elementare di formazione propedeutica, perché noi abbiamo sottoscritto con Don Colmegna e con l’Agenzia il Protocollo d’intesa, ma lo dobbiamo rendere vivo, operativo come fatto culturale all’interno delle Amministrazione che vivono spesso in una chiusura.

 

FELICE ROMEO:

 

 Per concludere, all’inizio erano state proposte 3 tematiche: l’informazione, la formazione e la mobilità. Per quando riguarda l’informazione direi che il movimento cooperativo in generale di tipo B rispetto all’integrazione lavorativa ha fatto tanta strada in questi anni e continua a farla, cercando di far passare la cultura del diverso. Per quanto riguarda la formazione, dobbiamo dire che i corsi in carcere non sono mai abbastanza ma dobbiamo stare attenti a formare per poi non riuscire ad avviare al lavoro (è molto peggio generare aspettative di impiego); per quanto riguarda la mobilità, il lavoro interno alle carceri vista anche la struttura architettonica a volte è praticamente impossibile. Vedo i laboratori a San Vittore che sono ricavati addirittura dentro i bagni in fondo a un lungo corridoio, mentre forse Bollate avrà previsto degli spazi dove si possa lavorare. Il problema dunque è anche questo, eventualmente l’applicazione del nuovo regolamento, rispetto a cose anche più umane e nella parte della carcerazione dovrà fare i conti anche con una struttura architettonica vecchia. Bisogna dire a Corleone, che il direttore i 10.000 posti li può creare se in qualche modo si danno parametri certi per fare mobilità dall’interno delle carceri all’esterno ai detenuti che hanno la possibilità di lavorare.

 

GIUSEPPE TORCHIO, PRESIDENTE ANCI LOMBARDIA:

 

Io ho una grande preoccupazione, e domani andrò da Bargone (collega di Corleone), del Ministero dei lavori pubblici, perché mentre da un lato abbiamo questa liberalizzazione della norma Europea degli appalti inferiori ai 394.000.000 per quanto riguarda questo discorso del sociale, dall’altra abbiamo il regolamento della Merloni che è appena stato scritto e che non è conforme a quanto la mano destra ha fatto. Cioè la sinistra la ignora. Io sono convinto che molta parte dei discorsi che ha fatto Romeo prima, si possa gestire attraverso questo sistema della grande flessibilità da garantire, e non che sia consentito ai direttori generali delle ASL i quali non hanno un mandato elettivo diretto, quello che viene impedito invece agli amministratori locali. Detto questo, per quanto riguarda la partita che stiamo discutendo, abbiamo risolto ¾ delle questioni. Voglio dire che è possibile adattare ai 1540 comuni della Lombardia una iniziativa consona, purtroppo io ritengo che bisogna togliere questa grande fregola di ridurre il numero delle stazioni appaltanti da un lato, di ridurre il numero delle imprese dall’altra, e di considerare che se c’è uno sforzo di Milano (e io ringrazio Del Debbio per la sua disponibilità), noi dobbiamo lavorare perché questo meccanismo si estenda a tutta la periferia e alle 11 Province della Lombardia, con un coordinamento positivo delle Province attraverso l’Unione Regionale, io sono convinto in tempi molto veloci e molto brevi e operativi, con una iniziativa di divulgazione di carattere culturale, e insieme agli operatori economici coinvolti assieme agli enti locali, se vi è questa disponibilità, noi siamo presente.

 Però c’è un problema generale che è quello della cultura dell’accoglienza, io vorrei evitare che si facesse un parallelismo tra proposte di legge contro un certo indirizzo e spirito dei milanesi e dei lombardi, perché è vero che c’è la tendenza in una certa direzione, ma io faccio appello a quello che già ho sentito oggi, che è una tradizione forte, umanitaria indipendentemente da come si vota per le amministrative, che dai tempi “Dei delitti e delle pene” in avanti caratterizza questo mondo in direzione del prossimo e del recupero e non della pena fine a se stessa, dunque se questo è lo spirito vero su cui su cui noi dobbiamo fare leva al di là di quello che sono i risultati di recenti vicende, c’è un filo di solidarietà che lega anche questo mondo che non è solo legato ad iniziative leghiste di chiusura ma è anche in una prospettiva di sviluppo, e allora se questo è il discorso, è molto importante lavorare sull’aspetto culturale oltre che su quello materiale, cioè questo percorso io ritengo che debba guidarci evidentemente mettendo insieme anche chi rappresenta lo Stato, perché le Regioni rivendicano tante cose, ma probabilmente il discorso dei carcerati non lo rivendicano, quindi a questo punto la partita è tra noi e lo Stato, senza che ne esista un federalismo regionale che voglia rivendicare a se questo grosso problema, quindi la partita nell’ambito della disponibilità che qui diamo, la vogliamo giocare fino in fondo mettendo a disposizione tutto il lavoro di natura volontaria e culturale che un’associazione dei Comuni può fare.

 

A CARLO STELLUTI, PARLAMENTARE, COMMISSIONE CAMERA DEI DEPUTATI.

 

Domanda: lei è stato relatore e grande promotore di una legge importante che è entrata in vigore molto di recente, legge sulla promozione dell’inserimento lavorativo delle categorie protette, e compaiono all’articolo 7 anche i detenuti disabili. Il fatto di essere detenuto o ex detenuto non costituisce già una menomazione, che da sola e senza il bisogno di un’ulteriore menomazione fisica avrebbe meritato attenzione da parte del legislatore?

Perché le stesse convenzioni per i portatori dell’handicap fisico non sono state attivate anche per la promozione del lavoro dei detenuti, che comunque si deve riconoscere che hanno delle difficoltà in più, che costituiscono quasi un handicap nell’accedere al tessuto produttivo. Dunque perché gli strumenti che si utilizzano per neutralizzare un handicap fisico, non si utilizzano per neutralizzare un handicap sociale?

 

Risposta: Quando si esaminò un emendamento che venne presentato e prevedeva l’allargamento ai detenuti di tutta la legge 68, si è fatta una valutazione soprattutto di carattere tecnico, e si riteneva necessario per quanto riguarda i detenuti, prevedere dei percorsi più specifici, più adeguati, proprio per le specificità che esistono in questa situazione, dentro la legge è stato fatto semplicemente un accenno nel senso che non viene considerata la categoria dei detenuti come una delle categorie soggette alla 68 perché a quel punto il detenuto avrebbe dovuto essere inserito attraverso tutte quelle procedure che sono previste dalla legge. Per cui, da questo punto di vista si è ritenuto che la normativa della 68 non fosse adeguata a rispondere alle esigenze di un inserimento lavorativo dei detenuti. La legge 68 infatti parla di handicap fisico, psichico e sensoriale, non di disagio sociale, anche perché comporta modalità di accertamento totalmente diverse. Per il disagio sociale, calcolare per esempio la difficoltà di inserimento di un alcolista o di un tossicodipendente comporta un inserimento con difficoltà e specificità che non necessariamente sono quelle previste dalla legge 68. Vorrei aggiungere che la legge Smuraglia prevede sostanzialmente un intervento che tende a facilitare l’ingresso nella società lavorativa attraverso gli sgravi contributivi che qui sono contenuti, il secondo riguarda l’utilizzo dello strumento della convenzione, nella legge che è stata approvata per quanto riguarda i detenuti , in cui viene previsto l’utilizzo della convenzione che deve essere stipulata da parte della Amministrazione Penitenziaria in concerto con le imprese per individuare dei percorsi specifici e personalizzati di inserimento in modo tale da superare quegli handicap e quelle difficoltà che ci sono.

Voglio sottolineare l’intendimento del legislatore per quanto riguarda la legge 8 e la recente Smuraglia, in sostanza dobbiamo riconoscere il contesto culturale nel quale stiamo operando oggi, che tende sostanzialmente a marginalizzare i soggetti deboli dal mercato del lavoro, ora la legislazione interviene perché sostiene che da solo il libero mercato non possa risolvere i problemi sociali, quindi interviene cercando si rimuovere questa situazione. I filoni sui quali interviene riguardano il creare le condizioni perché i soggetti deboli possano superare per quanto possibile la loro condizione di inferiorità, quindi mettendo a disposizione strumenti di preparazione e formazione professionale e anche di protesi per permettergli di svolgere una attività lavorativa, in secondo luogo un canale importante è quello di intrattenere un rapporto con le imprese, non chiedendogli di svolgere una funzione di tipo assistenziale, ma chiedendo di mettersi a disposizione per risolvere un problema sociale, perché la risoluzione del problema sociale attraverso l’inserimento lavorativo elimina per quanto possibile l’intervento di carattere assistenziale e diventa una variabile dell’economia che può essere apprezzata dalle stesse imprese. Proprio per queste ragioni si interviene con sgravi contributivi, chiedendo alle imprese di rendersi disponibili a risolvere un problema sociale attraverso uno sgravio di contributi che viene dato anche perché si ritiene che attraverso la mano pubblica e lo Stato si possa superare quel Gap del lavoratore disabile o detenuto alla ricerca di un attività lavorativa. L’impianto concettuale è dunque sostanzialmente questo. La legge 68 per quanto riguarda i disabili sia molto più articolata per quanto riguarda le procedure di inserimento, ma anche la legge Smuraglia si può inserire in questo filone di pensiero che prevede che le persone abbiano delle potenzialità lavorative che devono essere messe a frutto, si tratta di intervenire perché queste possibilità vengano completamente espresse.

 

COSMA GRAVINA:

 

Io credo che il problema non sia solo che il libero mercato non risponde, ma che c’era una rigidità e un approccio non realistico al problema. Penso a titolo di esempio all’inserimento dei disabili: con l’inserimento obbligatorio succedeva che c’erano le sanatorie o le ammende, e non riuscivamo mai ad inserirli. Invece con le convenzioni e le quote del 12% annuali si riesce probabilmente a rispondere meglio.

C’è una cosa però, e mi ricollego a quanto diceva Romeo. Se gli sgravi fiscali devono essere concessi ad imprese che assumono i detenuti per un periodo non inferiore ai 30 giorni, questi 30 giorni sono continuativi o nell’arco di un anno? Perché altrimenti non è più una rigidità del magistrato di sorveglianza, ma diventa una rigidità all’interno della legge, e bisogna allora fare un passo successivo per adattarsi al mondo del lavoro.

 

FRANCO CORLEONE:

 

Proprio sul fatto delle nostre normative contraddittorie, volevo dire che la Smuraglia ha modificato la legge sulla disciplina delle cooperative sociali perché all’interno di quella legge erano previste come persone svantaggiate i condannati ammessi alle misure alternative, ma non i detenuti in carcere.

 La modifica che è stata fatta è sostanziale, anche se qualche coordinamento col resto della legislazione bisognerebbe farlo, perché questa stessa legge prevede come persone svantaggiate, assieme agli alcolisti, ai detenuti, ai tossicodipendenti gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, cioè quelli che sono nell’altra legge sono anche in questa. Invece per quanto riguarda il problema degli sgravi fiscali, adesso è esteso anche ai detenuti, cioè il lavoro può entrare in carcere, non riguarda solo i detenuti che escono, sappiamo che vi sono molte difficoltà per ottenere i benefici, ma qui è il lavoro che deve entrare in carcere, e c’è la possibilità degli sgravi anche per le imprese che portano lavoro nel carcere.

Questa mi sembra la novità importante.

 

CARLO STELLUTI:

 

Volevo specificare l’asse portante che già Corleone ha rilevato.

La legge interviene su una legislazione già esistente che disciplina le cooperative sociali, dove le cooperative sociali svolgevano una funzione per quanto riguarda tutte le aree del disagio, facendo riferimento anche ai detenuti. In questo caso vi è un campo di applicazione per quanto riguarda l’intervento delle cooperative sociali anche a tutta l’area della detenzione. Dunque intervengono a pieno titolo anche per quanto riguarda il carcere. Inoltre vengono coinvolte giustamente le imprese private, ma anche le imprese pubbliche, in sostanza tutti coloro che hanno la possibilità di offrire occasioni di lavoro per contribuire alla risoluzione di questo problema sociale, sono messe sullo stesso piano. Quindi i soggetti sono tre. Le coop sociali, le imprese pubbliche e le imprese private. A questo punto scatta il meccanismo dello sgravio contributivo che viene dato a tutti e 3 i soggetti, inoltre è previsto anche lo strumento della convenzione.

La legge 68 ha demandato alle Regioni e alle Province tutte le modalità applicative, anche per quanto riguarda l’incontro tra domanda e offerta, utilizzando tutti gli strumenti del territorio.

La legge Smuraglia non prevede le modalità con cui devono essere fatte le convenzioni né i soggetti, ma nulla vieta che la Regione possa prevedere che al fine di poter raggiungere l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, l’Amministrazione Penitenziaria possa avvalersi dell’appoggio di centri di inserimento lavorativo. Questo passaggio di carattere tecnico non è vietato dalla norma , penso anche che si possa fare, tenendo conto anche della delicatezza dell’inserimento del detenuto che comporta un giudizio preventivo.

Riguardo ai 30 giorni lavorativi consecutivi o meno è un po’ da interpretare, immagino che vi è un impegno a totalizzare i 30 giorni che stia dentro nella norma.

 

 

CHIUSURA DEI LAVORI E RINGRAZIAMENTI A CURA DEL PROF. ICHINO.